Isaia 52, 7-12
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Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie, che annuncia la pace, che è araldo di notizie liete, che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Il tuo Dio regna!» Ascolta le tue sentinelle! Esse alzano la voce, prorompono tutte assieme in grida di gioia; esse infatti vedono con i propri occhi il SIGNORE che ritorna a Sion. Prorompete assieme in grida di gioia, rovine di Gerusalemme! Poiché il SIGNORE consola il suo popolo, salva Gerusalemme. Il SIGNORE ha rivelato il suo braccio santo agli occhi di tutte le nazioni; tutte le estremità della terra vedranno la salvezza del nostro Dio. Partite, partite, uscite di là! Non toccate nulla d'impuro! Uscite di mezzo a lei! Purificatevi, voi che portate i vasi del SIGNORE! Voi infatti non partirete in fretta, non ve ne andrete come chi fugge; poiché il SIGNORE camminerà davanti a voi, il Dio d'Israele sarà la vostra retroguardia.

 

Predicazione tenuta domenica 20 novembre 2022
Testo della predicazione: Isaia 52, 7-12
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie… vi posso far vedere i miei piedi. Ma nessuno di voi direbbe: quanto sono belli! Nessuno di voi canterebbe: quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie! E non mi offendo, perché avete ragione, oggettivamente ragione.

Certo, ci sono anche piedi belli. Finita la bella stagione – peccato! – non li vediamo più. Aspettiamo la prossima primavera. Fin lì ci rimane un’infinità di piedi belli di quel che è rimasto delle sculture romane. A quanto pare, i romani adoravano la bellezza dei piedi. Ma bisogna anche avere il tempo per curare la bellezza dei piedi, comunque condurre una vita agiata che ti permette di conservare la bellezza dei piedi. La maggior parte dell’umanità credo che i piedi non li curi ma li usi, si accorge della loro esistenza solo se fanno male o non funzionano, ogni volta sorpresi quando le unghie sono ricresciute, e piuttosto li nasconde perché brutti e consumati dalle fatiche del cammin di nostra vita. Difficilmente i piedi sono belli. Soprattutto sui monti, come questi qui. E di messaggeri in tempi senza automobili, telecomunicazione e senza internet. Piedi più brutti di così…

Eppure, qui impariamo a dire quanto sono belli! Qui impariamo a cantare: quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie!

C’è qualcosa che non va. Qualcosa di strano. Di estraneo. Di straniero. Una diversità. E siamo a un bivio: due battute e andare avanti per la nostra strada, oppure fermarci. Per dirlo con il buon Samaritano: andare avanti sul lato opposto della strada da bravi sacerdoti, leviti, custodi della nostra tradizione, oppure fermarci, metterci nei panni dell’uomo ferito, mezzo morto come i piedi dei montanari e dei messaggeri?

Quando c’è qualcosa o qualcuno di strano, di estraneo, diverso, straniero: ci dobbiamo fermare. Qui c’è qualcosa da scoprire, da imparare. Una parola strana, estera, nuova, che noi non abbiamo detta così, che noi non avremmo mai detta così. Che strano modo di dire: quanto sono belli i piedi! Qui entriamo in un’altra lingua. In un altro modo di dire le cose, in un altro modo di vedere le cose, in un altro modo di vedere la bellezza – in un altro modo, in un altro mondo. E sentiamo allo stesso tempo quanto è difficile uscire dal nostro mondo, dal nostro modo di vedere le cose, di dire le cose. Quanto è difficile per noi uscire da noi stessi e metterci nei panni dell’altro, quanto difficile è per noi essere empatici, avere compassione, avere pietà.

Noi vediamo la bellezza nell’oggetto stesso: o è bello o è brutto. Questi piedi: sono belli o sono brutti? Certo, è soggettivo, dipende da chi li guarda: per gli uni sono belli, per gli altri son brutti. Chi è bello dentro vede tutto bello. Chi è brutto dentro vede tutto brutto.

L’ebreo invece non vede la bellezza nell’oggetto o nel soggetto. Ma nel verbo. Nella parola. Nel predicato.

Qualcosa di oggettivamente brutto nell’azione della parola, nella predicazione, si trasforma, diventa bello. Questi piedi di messaggeri antichi in montagna sono belli perché segni dell’annuncio di buone notizie, notizie liete, pace, salvezza. Un’altra lingua, un’altra grammatica ti insegna a dire le cose diversamente, a vedere le cose diversamente, ti dà una nuova prospettiva.

Per questo sto sempre più scoprendo che il gesto rivoluzionario della Riforma protestante del tradurre la Bibbia non è tanto quello di tradurla nella lingua del popolo, esaltato da tutti, quanto il fatto di averla tradotta dall’originale ebraico: questo cambia il modo di dire le cose, il modo di vedere le cose, ed è questo che ha cambiato il mondo in profondità nella sua grammatica.

Nella nostra grammatica (soggetto-predicato-oggetto) comanda il soggetto per mezzo del predicato sull’oggetto. Nella grammatica ebraica (predicato-soggetto-oggetto) è il predicato a comandare, anzi, a creare il soggetto e l’oggetto.

Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie. Osservate la bellezza dei piedi usati e consumati nella Madonna dei Pellegrini del Caravaggio (chiesa di S. Agostino). E capiamo perché la Passione secondo Matteo di J.S. Bach inizia con il coro vedete! Che cosa? Vede nella passione e croce del Cristo ogni pace, bene e salvezza. Dostoevskij diceva che il mondo viene salvato dalla bellezza. La bellezza che gli occhi della fede vedono nel Cristo crocifisso. Gli occhi ebraici della fede, del Cristo.

Una mentalità, una grammatica, un modo di dire e vedere le cose fissato sugli oggetti e sui soggetti non vede questa bellezza che viene dalla predicazione. Che apre una prospettiva nuova che va oltre tutto ciò che giudichiamo oggettivamente o soggettivamente, che sia.

Qui tocchiamo con mano l’originalità della lingua ebraica, qui siamo all’origine, all’origine della parola «evangelo». Che è la buona notizia di una guerra vinta: più che vinta è quella persa, la sconfitta della Babilonia contro la Persia che permette agli esuli ebrei di ritornare in patria. Questa notizia, questa parola, questa parola predicata non solo è buona, bella in sé – oggettivamente o soggettivamente – ma rende tutto bello e buono, anche i piedi stremati dei messaggeri sui monti.

Questi piedi belli dei messaggeri sui monti, dove sono? Su che cosa si appoggiano? Su un pulpito? No, sono sentinelle sulle mura. Ma queste mura sono distrutte. Questi piedi belli stanno sulle rovine di Gerusalemme. Una strana bellezza anche questa! E, come se non bastasse, le rovine stesse vengono interpellate da questo evangelo di prorompere pure loro in grida di gioia. Gesù alluderà a queste parole del Secondo Isaia dicendo che, anche se noi discepoli tacessimo, le pietre grideranno (Luca 19,40). Esiste una parola più grande di ogni oggetto e di ogni soggetto. Che va al di là, e rimane, mentre il cielo e la terra passeranno.

Anche il Secondo Isaia cambia dunque prospettiva. Non guarda più dalla Babilonia, dove si trova insieme agli esuli, verso Gerusalemme, ma si mette nei panni delle sentinelle posizionate sulle rovine di Gerusalemme che guardano verso di loro in Babilonia.

Anche su questo vale la pena fermarsi. È un gesto profetico, empatico. Proviamo per una volta a metterci nei panni di coloro che sono rimasti a Gerusalemme, rimasti nelle rovine di Gerusalemme. Gli ultimi rimasti, superstiti (come fra non molto anche noi in Italia!). La classe dirigente, imprenditori, artigiani, tutti deportati in Babilonia. Rimasti tutti gli altri. Anche loro hanno tirato avanti in qualche modo in questi 70 anni. Hanno continuato a fare come si è sempre fatto, rimasti a casa, distrutta, ma sempre casa, nel paese, distrutto, ma sempre il nostro paese, la nostra terra. Adesso, dopo 70 anni, stanno per tornare gli altri, l’élite, coloro che hanno studiato, coltivato la parola, imparato a parlare altre lingue, imparato dai babilonesi. Diventati anche un po’ babilonesi. Portatori di un’esperienza forte con la parola, avevano i profeti, hanno raccolto, scritto la Bibbia, imparato a predicare, pregare, cantare, lontano dal tempio. Sono diventati protestanti, e ora ritornano a casa dove siamo rimasti cattolici, senza rifletterci più di tanto (si è sempre fatto così), senza particolari esperienze profetiche con Dio.

Eh sì, queste sentinelle, forse sono predisposti a prorompere in grida di gioia come le stesse rovine di Gerusalemme, forse sono belle come i loro piedi! Qualcuno forse sarà stato anche felice di questo imminente ritorno, ma che prorompano tutte assieme in grida di gioia è difficile. Difficile appunto come difficilmente piedi sono belli, e difficilmente rovine cantano le lodi di gioia. Di queste difficoltà testimonierà poi il Terzo Isaia (capp. 56-66), in mezzo agli scontri tra chi è rimasto sempre a casa, come secondo figlio della parabola del Padre misericordioso, e chi è ritornato, come il primo figlio che aveva sperperato i beni all’estero, festeggiato con il vitello ingrassato. Altro che cattolici e protestanti! Altro che pace, bene e salvezza!

La regola dell’immigrazione è: dopo 10 anni nessuno ritorna a casa. Cioè: sarà difficile. L’esilio è durato 70 anni, immaginatevi. Infatti, Isaia deve convincerli a uscire dalla Babilonia. L’intero capitolo precedente gridava: risvegliatevi, risvegliatevi! Alzatevi, rivestitevi! E ora, che stanno in piedi, aggiunge: Partite, partite, uscite di là!

Ma ora non glielo dice in Babilonia, ma come sentinella a Gerusalemme. Da Gerusalemme, anzi dalle sue rovine, arriva il comando di partenza. Ritornate, vi vogliamo, anche se è difficile! Come se il Secondo Isaia avesse anche da proporci una buona politica di immigrazione e integrazione.

Ma la cosa più interessante sta in ciò che vedono queste sentinelle che guardano da Gerusalemme verso gli esuli in Babilonia. Dobbiamo veramente metterci nei loro panni, come e con il profeta, per scoprire la loro prospettiva, la loro visione: in realtà non vedono gli esuli che ritornano, ma vedono solo Dio, vedono solo il Signore. E, attraverso il Signore, e solo attraverso il Signore, anche gli esuli, gli emigrati ormai stranieri che ripartono dalla Babilonia, si potrebbe dire «avvolti» dal Signore: il Signore camminerà davanti a voi, il Dio d’Israele sarà la vostra retroguardia.

Da questo punto di vista, le sentinelle sulle rovine di Gerusalemme non vedono gli esuli emigrati, ma vedono solo il Signore: esse infatti vedono con i propri occhi il Signore che ritorna a Sion. Non ritornano problemi, preoccupazioni, paure, ex proprietari con pretese, protestanti, ormai stranieri, non ritornano difficoltà, fatiche, ferite, bruttezze. Ma ritorna il Signore: esse infatti vedono con i propri occhi il Signore che ritorna a Sion. Questa è davvero una nuova prospettiva, profetica, sulla storia.

Ecco perché il profeta raccomanda al secondo Esodo di non fare come il primo, dall’Egitto, cioè di non uscire con fretta come chi fugge. Di non ritornare, non arrivare nel paese come fuggiaschi. Ma avvolti dal Signore: il Signore camminerà davanti a voi, il Dio d’Israele sarà la vostra retroguardia. Di modo che, chi vede noi, veda il Signore. Di modo che, chi vede noi, ci veda attraverso il Signore, rivestiti, rialzati, risvegliati dal Signore.

Ecco, qui c’è un altro messaggio importante per noi, oggi, l’ultima domenica dell’anno liturgico, la domenica dell’Eternità, prima di rientrare nell’Avvento, nella terra promessa dell’evangelo: andare con i ritmi del Signore. Seguire i tempi di Dio. Non i nostri tempi, ma i tempi di Dio.

Non andare con troppa fretta, e perdere di vista il Signore. E coloro che ci vedono arrivare, vedono solo noi, ma non il Signore. E neppure andare troppo piano, o non andare. Coloro che ci aspettano vedrebbero arrivare solo il Signore, ma senza di noi.

Non è il tempo naturale – «il tempo è tiranno!» – a dettare le regole. Non è l’orientamento politico, se progressisti o tradizionalisti, ma il Signore, il suo Evangelo, la sua parola, la sua predicazione, a guidare i nostri passi.

In tal modo i nostri piedi, sporchi, usati e consumati, feriti e gonfi di dolori, comunque sia, sono puri e belli. Come quelli del Cristo.

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  • Data: Novembre 20, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 52, 7-12