Isaia 51, 1-8
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«Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il SIGNORE! Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai, quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai. Così il SIGNORE sta per consolare Sion, consolerà tutte le sue rovine; renderà il suo deserto pari a un Eden, la sua solitudine pari a un giardino del SIGNORE. Gioia ed esultanza si troveranno in mezzo a lei, inni di lode e melodia di canti. Prestami attenzione, popolo mio! Porgimi orecchio, mia nazione! Poiché la legge procederà da me e io porrò il mio diritto come luce dei popoli. La mia giustizia è vicina, la mia salvezza sta per apparire, le mie braccia giudicheranno i popoli; le isole spereranno in me, confideranno nel mio braccio. Alzate i vostri occhi al cielo e abbassateli sulla terra! I cieli infatti si dilegueranno come fumo, la terra invecchierà come un vestito; anche i suoi abitanti moriranno; ma la mia salvezza durerà in eterno, la mia giustizia non verrà mai meno. Ascoltatemi, voi che conoscete la giustizia, popolo che hai nel cuore la mia legge! Non temete gli insulti degli uomini, né siate sgomenti per i loro oltraggi. Infatti la tignola li divorerà come un vestito, e la tarma li roderà come la lana; ma la mia giustizia rimarrà in eterno, la mia salvezza, per ogni epoca».

 

Predicazione tenuta domenica 6 novembre 2022
Testo della predicazione: Isaia 51, 1-8
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

ascoltatemi – dice Dio – prestami attenzione, porgimi orecchio, ascoltatemi!

L’ascolto è ciò che distingue il servo di Dio, il suo canto risuona ancora (dalla domenica scorsa) nei nostri cuori. È l’ascolto che fa il servo di Dio, che fa di noi servi e serve di Dio. La fede viene da ciò che si ascolta, scriverà l’apostolo Paolo ai Romani (10,17). Diventare servi e serve di Dio, discepoli e discepole di Dio, non è diventare più bravi, né impegnarsi di più, non è nemmeno diventare religiosi, credenti. Ma ascoltatori. Attenti. Alla parola di Dio. E al prossimo.

Ascoltatemi – dice Dio – prestami attenzione, porgimi orecchio, ascoltatemi! Qui ogni cosa, ogni altra cosa parte da lì, dall’ascoltatemi. Tre volte ascoltatemi. Questa è la struttura, il fondamento della nostra vita, la nostra unica consolazione in vita e in morte.

Questo ascolto fondante della nostra fede, della nostra fiducia, della nostra vita, qui è un ascolto intimo, tra Dio e i suoi, Dio e i suoi servi e le sue serve, Dio e i suoi discepoli e le sue discepole: ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore! Prestami attenzione, popolo mio! Porgimi orecchio, mia nazione! Ascoltatemi, voi che conoscete la giustizia, popolo che hai nel cuore la mia legge!

Cioè voi, credenti, anzi, voi, ascoltatori e ascoltatrici, attenti a Dio, responsabili e sensibili per il prossimo.

Cioè voi che non ascoltate la prima volta, voi che avete già ascoltato, proprio a voi Dio dice: ascoltatemi! Tre volte. Siamo proprio noi, che non ascoltiamo per la prima volta, noi che ascoltiamo da tempo, abituati all’ascolto, che non ascoltiamo più. Noi protestanti che non leggiamo più la Bibbia. Noi protestanti che non ascoltiamo più la predicazione. Che nella scelta delle priorità della nostra vita tagliamo per prime le voci Bibbia e predicazione. Noi credenti, religiosi, impegnati che crediamo di essere un po’ più bravi: siamo i primi ad essere richiamati ad ascoltare, ad essere attenti, servi, serve, discepole e discepoli.

C’è ancora qualcosa da ascoltare, qualcosa che non avevamo ancora ascoltato, o che avevamo ascoltato ma non eravamo attenti, che avevamo ascoltato sì, ma non eravamo responsabili, non eravamo sensibili, che avevamo udito ma non abbiamo ubbidito.

C’è ancora qualcosa da ascoltare, qualcuno da ascoltare. C’è ancora Dio.

Ascoltavamo tante altre parole, altra musica, altra roba, altri dèi. I più forti concorrenti di Dio vengono citati qui: gli insulti degli uomini e i loro oltraggi. Difficilmente non li sentiamo, difficilmente non li ascoltiamo, difficilmente non ubbidiamo a loro. S’impongono, incidono, comandano, ci rendono attenti come nessun altro, servi e serve, discepoli e discepole degli oltraggi e degli insulti: “che cosa hai detto?” L’insulto, l’oltraggio attira subito tutta la nostra attenzione, prende, cattura, afferra tutta la nostra esistenza. Gli insulti e gli oltraggi ci mobilitano, ci fanno partire per la guerra.

Ecco, l’ascolto: in ogni caso è fondante per la nostra vita. La questione rimane sempre: chi ascoltare, a chi prestare attenzione. Ascoltate me, dice il Signore, il tuo Dio. E, nella situazione che stai vivendo, forse soffrendo, sarà sempre una voce nuova. Che noi, che abbiamo già sentito di tutto, non avevamo mai ascoltato.

E su questo fondamento, in questa triplice struttura di ciò che si ascolta, troviamo qui due volte ciò che si vede. Considerate, considerate e alzate i vostri occhi al cielo e abbassateli sulla terra! Che c’è da vedere?

Ci fa vedere due cose, una più generale e una più particolare. In generale: Alzate i vostri occhi al cielo e abbassateli sulla terra! Una visione generale, globale, universale: il cielo e la terra. Una visione molto realistica: i cieli infatti si dilegueranno come fumo, la terra invecchierà come un vestito; anche i suoi abitanti moriranno. Tutto passerà. Tutto quel che si vede, passerà. Morirà. Mangiato dalla tignola e dalla tarma. Quel che rimane è qualcosa che non si può vedere, o solo in parte, come in uno specchio in modo oscuro, scriverà l’apostolo Paolo ai Corinzi (I Corinzi 13,12): la mia salvezza durerà in eterno, la mia giustizia non verrà mai meno. L’amore di Dio non verrà mai meno. Questa è la visione universale, globale, generale, la visione di cui godono coloro che vivono nell’ascolto della parola del Dio d’amore.

E poi la visione particolare: Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Qualcosa di assolutamente visibile: una roccia, la buca di una cava. La tua origine, la tua storia, la tua appartenenza. Anche la tua fatica, la tua sofferenza.

Noi valdesi abbiamo scritto questa considerazione sulla parete della nostra aula sinodale, sopra le finestre che ti fanno guardare fuori su quelle montagne, quelle rocce dalle quali fummo tagliati. Una di quelle rocce è stata portata come monumento parlante a Guardia Piemontese dove ricorda la strage dei valdesi in Calabria, con le stesse parole di consolazione: Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati.

Una consolazione che ci fa ritrovare l’autostima, la fermezza, l’orgoglio della propria appartenenza, della propria storia, della propria fatica, della propria sofferenza, della propria identità. Tutto questo ha anche la sua importanza umana, psicologica. Gli esuli di Babilonia ne avevano senz’altro un forte bisogno.

Ma qui non bisogna fermarsi, non bisogna mai fermarsi, ma andare avanti. E nel versetto successivo quella roccia e la buca nella cava diventano persone in carne e ossa: Abraamo e Sara. Non i tuoi genitori, ma Abraamo e Sara. Non i tuoi santi frati, papi e vescovi, ma Abraamo e Sara. Non i tuoi santi martiri valdesi, ma Abraamo e Sara. Due figure bibliche. La roccia e la buca nella cava sono nella Bibbia, sono la Bibbia. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì: la nostra roccia non sta in quel che si vede, nelle nostre chiese, luoghi di provenienza e somiglianza. Non sta nella nostra cultura, classe sociale, nazione, sesso, ma nella Parola. Ancora una volta, da ascoltare: io lo chiamai, lo benedissi e lo moltiplicai, quand’era solo. Solo come te, sola come te. Lo chiamai nel deserto della sua solitudine.

Ti consolo raccontandoti la storia di Abraamo e di Sara. Con la mia parola. Da ascoltare. Un ascolto che ti apre letteralmente gli occhi che prima non vedevano dalle lacrime e dalla rabbia cieca per gli insulti e gli oltraggi subiti. Come Abraamo e Sara, così il Signore sta per consolare Sion, consolerà tutte le sue rovine; renderà il suo deserto pari a un Eden, la sua solitudine pari a un giardino del Signore.

Certo – dici – ci vuole tanta fantasia, se ti trovi nell’esilio babilonese o in Ucraina. Ci vuole quella fantasia di cui il talento italiano è maestro. Penso a Roberto Benigni in Down by law: capitato in carcere con dei veri, duri e puri criminali, assassini americani. Qui non si scherza. Tutti seduti nella cella stretta con la testa in giù. Benigni cerca di creare un’atmosfera allegra: disegna una finestra aperta su un giardino rigoglioso sulla parete grigia e sporca. Nessuno lo guarda. Diventa una figura ridicola. Per essere all’altezza del gruppo si spaccia anche lui per un pluriomicida. Ma dopo tutto questo tentativo di fantasia, di poesia, uno degli assassini americani alza la testa, lo guarda negli occhi dicendo: «true story?» Storia vera? E crolla tutto.

Tutta fantasia umana, pittura, poesia, parola, performance umana.

E qui, è diverso? Il Secondo Isaia, un profeta, un poeta, un artista, un grande attore sul palcoscenico della storia umana. Consola le rovine, disegna il deserto pari a un Eden, la solitudine pari a un giardino del Signore. Un paradiso che trova nella Parola. Un paradiso della Parola. Ma, nei fatti, true story? storia vera?

Che vogliamo rispondere a questa domanda (che già ha la sua risposta!) dell’assassino americano disilluso dentro di noi?

Gli farei notare due cose: la ragione giudicante che decreta su ciò che è e ciò che non è, non vede tutto, ma sempre solo una parte, sempre in uno specchio, in modo oscuro, come tutti noi. E: la parola profetica non disegna un paradiso alla parente grigia e sporca della prigione umana, ma apre gli occhi alla realtà, a quella realtà che anche la nostra ragione giudicante spesso rifiuta: I cieli infatti si dilegueranno come fumo, la terra invecchierà come un vestito; anche i suoi abitanti moriranno, e Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati.

E poi: c’è quella gioia, gioia ed esultanza si troveranno in mezzo a lei, inni di lode e melodia di canti. Che già sono realtà di chi ascolta la parola di questo Dio.

Eh sì, crolla tutto. Tutto crolla. Passa tutto, tutto passa. Ma la Parola del Signore è rimasta: anche dopo l’esilio babilonese, persino dopo la Shoa. E rimane, perché non ascoltiamo gli insulti e gli oltraggi degli uomini. Ascoltiamo Dio.

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  • Data: Novembre 6, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 51, 1-8