Isaia 50, 4-11
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Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli. Il Signore, DIO, mi ha aperto l'orecchio e io non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro. Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio vòlto agli insulti e agli sputi. Ma il Signore, DIO, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso. Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino! Il Signore, DIO, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà. Chi di voi teme il SIGNORE e ascolta la voce del suo servo? Sebbene cammini nelle tenebre, privo di luce, confidi nel nome del SIGNORE e si appoggi al suo Dio! Ecco, voi tutti che accendete un fuoco, che siete armati di tizzoni, andatevene nelle fiamme del vostro fuoco e fra i tizzoni che avete accesi! Questo avrete dalla mia mano: voi vi coricherete nel dolore.

 

Predicazione tenuta domenica 30 ottobre 2022
Testo della predicazione: Isaia 50, 4-11
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

domenica della Riforma: concentrazione sull’essenziale, ristabilire le priorità, ritrovare il punto, il cuore, quell’una sola cosa necessaria di cui parla Gesù al giovane ricco che aveva troppi beni, e alla Marta affannata da tanta (lett.) diakonìa; e li abbiamo dentro di noi, quel giovane ricco e la Marta affannata.

La sola grazia, il solo Cristo, la sola fede, la sola Scrittura e a Dio soltanto la gloria. Farsi riformare dalla grazia. Farsi riformare dal Cristo, farsi riformare dalla fede, dalla Scrittura, ricreare dalla gloria di Dio. Ritrovarsi nella grazia, nel Cristo, nella fede, nella Scrittura, alla gloria di Dio. Ritrovare e riaffermare la propria identità. Ritrovare e riaffermare il proprio Io e l’Io di Dio, o meglio: il nostro Io in Dio, nella sua parola, nel suo Cristo.

Ecco, i testimoni della passione di Gesù hanno ritrovato e riaffermato Dio in quell’uomo che patì e fu crocifisso, si sono ritrovati e riaffermati nella sua parola, nella sua fede, nella sua grazia – nel Cristo crocifisso hanno ritrovato e riaffermato la gloria di Dio. L’hanno potuto riaffermare per mezzo delle Scritture, l’hanno ritrovato nel servo di Dio, in quell’Io che ci parla qui dalle pagine del Secondo Isaia. Sì, qui hanno trovato quell’Io che ci parla, quell’Io di Dio in cui ci ritroviamo tutti, servi e serve, discepole e discepoli di Dio.

In quell’Io scoprono Gesù, che diventa il Tu della loro vita. La passione della loro vita. La priorità, il punto, il cuore, quella cosa unica che è necessaria. Il Signore, Dio, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà?

L’apostolo Paolo trasforma questo Io in un noi: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? […] Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Quell’Io del Cristo diventa il Noi della chiesa, non ce l’abbiamo individualmente, ma nell’insieme del nostro essere in Cristo.

Certo, noi oggi siamo distratti. Distratti da tante altre cose, troppo distratti per trovare quell’unica cosa necessaria. Bisogna fare questo, ma anche questo, e non dimenticare quest’altro. Aggiungiamo una cosa all’altra: e questo e questo, sia quello sia quello. Et et era la risposta del Concilio di Trento ai sola della Riforma. Non solo la fede – non basta! –, ma anche le opere; non solo la grazia – non basta! –, ma anche la legge; non solo Cristo – non basta! –, ma anche il papa, il vescovo, la chiesa; non solo la Scrittura – non è sufficiente! –, ma anche la tradizione; e allora: non a Dio soltanto la gloria, ma anche ai santi essere umani. Il Concilio di Trento corrisponde alla nostra natura (e così argomenta anche talvolta!), siamo noi: aggiungiamo una cosa all’altra. E soccombiamo in una marea, in un mare di cose. Di natura siamo tutti della Controriforma, contro la Riforma. Riformati non si nasce.

È la Parola di Dio che ti ri-forma. Che trasforma il tuo Io in un servo, nel quale trovi Dio, il Tu della tua vita, ma anche il Noi: dove c’è il Padre ci sono anche fratelli e sorelle. Qui lo incontriamo, qui lo possiamo sentire, ascoltare il servo di Dio e ritrovare le priorità perdute, il cuore smarrito in questi tempi per certi versi simili a quelli della Controriforma, segnati da guerre, fughe di cervelli, perdita della bussola, della teologia, dei contenuti, ma ricchi di esaltazioni e umiliazioni dell’umano, di faziosità, complicità e convenienze, e tutto ciò in un mare di cose incontrollabili, ingestibili, indigeribili.

Dio ti ha dato una sola cosa: la sua parola. La sua grazia. La sua fiducia. Sé stesso: Gesù Cristo.

Per rispondere, per dare gloria a Dio soltanto, il servo di Dio fa tre cose: aiutare chi è stanco; comprendere chi è muto; sopportare la violenza.

Aiutare chi è stanco. Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco.

Solo questo? Aiutare chi è stanco? Ma questo è naturale! Pensaci un momento: chi aiutiamo? Chi è stanco? No! Di natura diamo una mano a chi ce la chiede. E chi ce la chiede? Chi ha un progetto, chi chiede e offre collaborazione, chi sa aiutare e farsi aiutare. Ma a chi è stanco sappiamo dire solo un «su, daje, datti da fare!». Che stanca ancora di più.

Difficilmente qualcuno si impegna per una chiesa stanca. Una chiesa viva e volenterosa invece ti coinvolge facilmente.

Di natura non aiutiamo chi è stanco. Chi è veramente stanco, stanca anche noi. E gli esuli della Babilonia erano davvero stanchi. Ogni Esodo basato sul nostro naturale «su, daje, diamoci da fare!», prima o poi, si perde nel deserto della nostra stanchezza. Aggiunge una cosa all’altra e, prima o poi, ci stanchiamo tutti.

Aiutare chi è stanco non è nella nostra natura, è «contro natura». È profetico. Una cosa di Dio. Una sola cosa necessaria di Dio. A chi è stanco non abbiamo niente da dire, se Dio non ci dà una lingua pronta. Pronta a rispondere, non a chi si impone, ma chi è stanco. La possiamo ritrovare nell’Io del servo di Dio che ci parla qui.

Comprendere chi è muto. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli.

Ora è ancora più chiaro: di natura non comprendiamo chi è muto. Comprendiamo chi parla, chi sa esprimersi, chi è in qualche misura comprensibile. Ma come facciamo comprendere chi è muto, se non è Dio a risvegliare le orecchie? A riformare l’ascolto dei discepoli?

La parola del servo di Dio ci porta dove noi, di natura, non saremmo mai andati. Prima da chi è stanco: naturalmente avremmo aggirato il deserto della stanchezza umana. Ora da chi è muto: naturalmente non saremmo entrati nel deserto di chi si chiude nel silenzio.

E gli esuli di Babilonia erano davvero muti, è inutile sgridarli: «su, daje, dite qualcosa!» Troppe cose hanno dentro, troppe cose non digerite né digeribili, non gestite né gestibili, non controllate né controllabili. Frustrazioni, delusioni, traumi.

Comprendere chi è muto non è nella nostra natura, è «contro natura». È profetico. Empatico, cioè richiede di mettersi nei panni di chi è muto, chiuso nel suo silenzio. Una cosa di Dio. Una sola cosa necessaria di Dio. Che, in Cristo, si è messo nei panni nostri. Non comprendiamo chi è muto, se Dio non ci risveglia ogni mattina l’ascolto empatico, profetico. Da ricevere gli ordini non da chi fa la voce grossa, ma da chi è muto. Un ascolto, una comprensione che possiamo imparare, ritrovare qui, nell’Io del servo di Dio che comprende anche noi.

Sopportare la violenza. …io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi. Ma il Signore, DIO, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso. Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare?

Sopportare la violenza. E qui tocchiamo il fondo: sopportare l’insopportabile. Non è nella nostra natura. Non è la nostra natura. È «contro natura». È Parola di Dio, incarnata nel crocifisso, insultato, sputato, schernito con la corona di spine. Ecco l’uomo! che confida nella giustizia di Dio. Nel soccorso di Dio, anzi, che Dio mi ha soccorso. È risorto.

Ecco, la non-violenza del servo di Dio. Insultata, sputata, schernita dai fatti della cronaca. È nella nostra natura, è la nostra natura, rispondere alla violenza con violenza. La Controriforma del ‘500 ha risposto, anzi era la risposta alla Riforma che ha vissuto come una violenza contro la propria natura. Era insensibile nei confronti di chi era stanco e muto. Non si era messa nei panni di chi nella Parola, nella fede, nella grazia, in Cristo aveva trovato quell’unica cosa necessaria della propria esistenza, del proprio Io, anzi, di Dio.

La non-violenza non si può imporre con violenza. Non la si può imporre alla vittima dell’aggressione. Della non-violenza non si può fare una regola o una legge. Perché la non-violenza non è la risposta alla violenza. La non-violenza non risponde alla violenza. Perché la non-violenza risponde al servo di Dio. Non confida nella forza del proprio comportamento, non confida nella forza della propria non-violenza, non confida nella propria giustizia, non confida in sé stesso. Ma confida per sola fiducia nella sola grazia, in Cristo soltanto. Nulla ti potrà mai separare dal tuo fedele Salvatore Gesù Cristo: né la stanchezza, né la mancanza d’aiuto, né il silenzio, né l’incomprensione e nemmeno la violenza, la signora, la dea più forte della nostra natura umana.

Chi rimane inseparabilmente in Cristo, chi non separa il proprio Io dal servo di Dio, lo ritrova anche oggi nei panni di chi ha la pelle nera ed è esposto agli insulti e agli sputi dei piccoli e grandi razzismi quotidiani. Nei panni delle donne esposte agli insulti e agli sputi dei piccoli e grandi maschilismi quotidiani. Nei panni di omoaffettivi, lesbiche, transgender e tutti coloro che sono esposti agli insulti e agli sputi delle piccole e grandi omofobie quotidiane. Nei panni delle vittime della guerra, esposte alle continue violenze atroci da parte degli aggressori inferociti.

Certo, per difendere le vittime, per aiutare chi è stanco e comprendere chi è muto, talvolta non c’è altra via che l’uso della forza. Ancora siamo nella nostra natura, non ne usciamo con un atto di forza o di buona volontà: «su, daje, ce la facciamo!»

Ma già in questa nostra natura violenta che non si lascia né comprendere né aiutare, lavora qualcosa «contro natura», una parola, una fede, una grazia, una sola cosa necessaria. È quella che ci interessa e si interessa a noi, che non ci lascia e non ci abbandona, che noi non lasciamo né abbandoniamo, per non soccombere in un mare di cose che la nostra fantasia, la nostra volontà, capacità e intelligenza umane non sanno fare altro che aggiungere una dopo l’altra.

Rimaniamo ancorati al servo di Dio. Alla sua parola, alla sua fede, alla sua grazia. Alla gloria di Dio!

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  • Data: Ottobre 30, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 50, 4-11