Isaia 5, 1-7
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"Io voglio cantare per il mio amico il cantico del mio amico per la sua vigna. Il mio amico aveva una vigna sopra una fertile collina. La dissodò, ne tolse via le pietre, vi piantò delle viti scelte, vi costruì in mezzo una torre, e vi scavò uno strettoio per pigiare l’uva. Egli si aspettava che facesse uva, invece fece uva selvatica. Ora, abitanti di Gerusalemme e voi, uomini di Giuda, giudicate fra me e la mia vigna! Che cosa si sarebbe potuto fare alla mia vigna più di quanto ho fatto per essa? Perché, mentre mi aspettavo che facesse uva, ha fatto uva selvatica? Ebbene, ora vi farò conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: le toglierò la siepe e vi pascoleranno le bestie; abbatterò il suo muro di cinta e sarà calpestata. Ne farò un deserto; non sarà più né potata né zappata, vi cresceranno i rovi e le spine; darò ordine alle nuvole che non vi lascino cadere pioggia. Infatti la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele, e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta; egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia."

 

Predicazione tenuta domenica 28 febbraio 2021
Testo della predicazione: Isaia 5, 1-7
Predicatore: pastore Emanuele Fiume
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“Va male? Colpa dei politici! Colpa degli immigrati! Colpa dell’Europa! La scuola va male? Colpa degli insegnanti!” Piace la predicazione di quelli che danno sempre la colpa agli altri. Piace tanto. Ma il profeta Isaia non dà la colpa agli altri. La predicazione tagliente del profeta non concede scuse al popolo d’Israele. Il peccato del popolo viene messo in evidenza sullo sfondo della misericordia del Signore che sembra far risaltare ancora di più il male commesso dal suo popolo. Il male non viene nascosto o minimizzato, viene denunciato in tutta la sua gravità.

L’amore passionale e premuroso che Dio ha avuto per il popolo e che circonda il suo popolo fa risaltare ancora meglio questo peccato. La risposta a questo amore è stata peccato e ingiustizia. Dio ci mette su un piatto d’argento e noi lo abbiamo riempito di spazzatura.

La parola del Signore paragona l’amore di Dio alla cura della vigna. L’amore premuroso, costante, attento, che non si risolve in una fiammata di passione, ma che costruisce, che progetta, che investe nel futuro. Questo amore concreto e vero è paragonato alla cura della vigna, che comincia con la preparazione del terreno e prosegue nella cura e nell’innesto della vite, fino alla costruzione di luoghi per la vendemmia. Un lavoro faticoso e impegnativo, lungo degli anni, per poi gioire al momento della vendemmia. Questa è la sensazione di tradimento che Dio prova nei confronti del suo popolo: dopo aver riservato per lui il meglio, dopo averlo educato e guidato con la sua legge, ecco che il suo popolo amato si volge all’idolatria e all’ingiustizia. Proprio quando Dio si aspetta qualcosa da noi, noi lo deludiamo così crudelmente. Dio si aspettava l’uva buona dalla sua vigna, e invece trova l’uva selvatica che dell’uva buona ha soltanto l’apparenza finché non giunge a maturazione. Così noi beffiamo Dio con la nostra apparenza che dura fino al momento in cui Dio stesso giudica i nostri frutti.

Allora Dio decide di abbandonare la sua crudele vigna al suo destino togliendole la protezione e le difese che aveva stabilito per lei. Chi gli può dare torto? Dio chiama lo stesso popolo d’Israele a giudicare di questo, e la verità è talmente evidente che neppure l’imputato, l’imputato stesso può permettersi di balbettare una qualche difesa d’ufficio. La verità è così lampante che Dio può permettersi di rendere il peccatore giudice, di dirgli : «Giudica tu questa causa!» sapendo che non potrà che arrendersi di fronte all’evidenza. Perciò, forte di tutte queste ragioni, Dio dichiara che abbandonerà la sua vigna prediletta a se stessa e alle razzie degli animali selvatici. Quanto poco basta trascurare un orto, un giardino, un semplice vaso di fiori finché diventa inutilizzabile e pieno di rovi e di erbacce. Ora, Dio abbandona la sua vigna e la lascia in queste condizioni come un campo incolto che non è conveniente curare. Ma, come una vigna non è capace di mantenersi da sola senza la mano dell’uomo che la cura, così anche il popolo d’Israele, la vigna di Dio, non può restare in piedi da sola, senza la grazia e senza la protezione del suo Signore. La vigna di Dio è completamente dipendente da lui, e senza di lui è destinata sicuramente a sparire senza possibilità di ritornare alla vita.

Nell’ultimo versetto Dio dichiara che cosa si aspettava dal suo popolo. Si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia. Il testo ebraico dice: “Si aspettava rettitudine, ed ecco lebbra…”, una malattia considerata impura e schifosa. Questa è l’accusa che Dio muove al suo popolo: impurità al posto della rettitudine, cioè compromessi con altri signori, con falsi dei; e grida al posto della giustizia. La predicazione dei profeti non conosce la nostra sottile distinzione tra religione ed etica civile: qui idolatria religiosa ed ingiustizia sociale vanno a braccetto; il popolo che dimentica Dio necessariamente non potrà che praticare l’ingiustizia. Perché Dio pretende di essere non solo il Signore della nostra religione, ma di tutta la nostra vita. Perciò chi procura grida al posto della giustizia, oltraggia Dio come chi si inginocchia davanti all’idolo. Questi due peccati dell’idolatria e dell’ingiustizia sono dunque la risposta del popolo all’amore costante e premuroso di Dio. Questa è la moneta con cui il popolo di Dio risponde alla grazia e alla benedizione che Dio gli ha liberamente dato. E questo basta a Dio per allontanarsi dalla sua vigna, per abbandonare il popolo alla condanna che esso stesso si è procurato.

Oggi ci confrontiamo con quest’accusa di Dio nei nostri confronti e siamo chiamati a prenderla sul serio. Se c’è qualcuno che intende schivarla, questa mattina ha sbagliato a venire qui. Certo, noi siamo evangelici, così come gli ebrei al tempo di Isaia erano fieri di essere ebrei. Ci sono momenti e modi del nostro vivere in cui l’amore appassionato di Dio ci lascia indifferenti e freddi. Non credo che si possa pretendere di essere sempre ferventi, ma credo che si possa essere riconoscenti per l’amore del Signore con una pratica di vita santa e giusta. È da un anno che il mondo è in sofferenza per un’epidemia globale. Articoli di giornale sull’irrilevanza del cristianesimo occidentale che non dà risposte a queste domande. Allora, in nessuna altra epoca la medicina è stata così efficace come oggi, e mai tanti esseri umani come oggi, purtroppo ancora non tutti, ma mai così tanti, hanno potuto avere accesso a cure e prestazioni sanitarie. In Italia, la copertura sanitaria per tutti esiste da appena mezzo secolo. Ma negli ultimi vent’anni i reparti di terapia intensiva sono stati ridotti per risparmiare, per pagare meno tasse. A chi non piace pagare meno tasse? In questi ultimi tempi è stato ampiamente spiegato che il “Non uccidere” e anche il non mettere se stessi e i propri cari in pericolo, l’amore fraterno, il senso civico si attuano con la distanza e con la mascherina. Domenica scorsa, in via del Corso, qui sotto, pieno di gente. Lo shopping. “Dio, spiegami da dove viene il male…” Dio non spiega mai da dove viene il male. Sapete perché? Perché non ha tempo. E non ha tempo perché Dio è impegnatissimo a combattere il male. Dio non dà spiegazioni della sofferenza umana, non manda lettere, articoli, rettifiche ai giornali che dicevano “la fede cristiana non ha una risposta su queste cose”. No. Dio non dà spiegazioni della sofferenza umana. Dio la conosce, Dio la assume, Dio la condivide, Dio la porta sulle spalle, in Cristo. Dio è con le mani che curano e guariscono, Dio è con quegli infermieri che hanno prestato il loro telefonino per l’ultima videochiamata di un ammalato, Dio sostiene che fa turni massacranti per assistere e per curare. Dio è contro chi ha speculato per il proprio tornaconto, Dio è contro quelli che sono stati trascurati nella sicurezza, Dio è contro quelli che hanno derubato i morti, perché è successo e succede anche questo! Ecco dov’è Dio nella pandemia. Dov’è sempre stato, dalla parte della vita, dalla parte della giustizia e dalla parte dell’amore. Dio non vuole soltanto una chiesa giusta, Dio vuole anche un mondo giusto. Non un mondo giusto senza di lui, ma vuole che la sua giustizia sia riconosciuta dal mondo. La giustizia di Dio è quella che sta dalla parte del più debole, dell’orfano e della vedova. La giustizia di Dio è la giustizia che riesce a rendere giusti i colpevoli e a perdonarli in modo incondizionato. Ora, da questa situazione sociale, da questa condivisione del peccato nessuno può tirarsi fuori. Nessuno. Nemmeno noi. Non siamo meglio qui dentro di chi è fuori. Però qui ascoltiamo una parola libera e liberatoria, ma parola della giustizia di Dio, che qui e solo qui, o in altri posti come questi, abbiamo potuto ascoltare. La giustizia di Dio consiste in quel perdono che siamo chiamati a condividere con gli altri, è una giustizia in favore nostro e degli altri, è la giustizia che Dio ci dona e che vuole essere creduta e praticata in tutti i luoghi del mondo. Questa parola di giustizia troppe volte l’abbiamo tenuta soltanto per noi, davanti a quanto succedeva vicino a noi e attorno a noi, siamo rimasti fermi e in silenzio, e allora ci siamo resi complici del peccato con il silenzio e la connivenza. E per chi vuole continuare nella complicità, la parola del profeta è una parola di condanna.

La sola soluzione è lasciare la via sbagliata e non metterci su quella giusta, perché da soli non ne siamo capaci, ma pregare il Signore perché ci rimetta sul cammino che ha preparato per noi e ci mostri sempre più chiaramente la via della giustizia da condividere. Diciamo “peccato” al peccato e diciamo “giustizia” alla giustizia di Dio. Come cristiani, non scarichiamo, ma ci assumiamo, condividiamo la responsabilità e le colpe del mondo, perché siamo qui in nome di Qualcuno che ha portato i peccati del mondo, non i suoi, e che ha portato la morte del mondo, affinché noi avessimo in lui la giustizia e la vita.

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  • Data: Febbraio 28, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 5, 1-7