Isaia 49, 14 – 50, 3
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Ma Sion ha detto: «Il SIGNORE mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticata». Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta, smettere di avere pietà del frutto delle sue viscere? Anche se le madri dimenticassero, non io dimenticherò te. Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani; le tue mura mi stanno sempre davanti agli occhi. I tuoi figli accorrono; i tuoi distruttori, i tuoi devastatori si allontanano da te. Volgi lo sguardo intorno, e guarda: essi si radunano tutti e vengono da te. «Com'è vero che io vivo», dice il SIGNORE, «tu ti rivestirai di essi come di un ornamento, te ne adornerai come una sposa. Nelle tue rovine, nei tuoi luoghi desolati, nel tuo paese distrutto, sarai ora troppo allo stretto per i tuoi abitanti; quelli che ti divoravano si  allontaneranno da te. I figli di cui fosti privata ti diranno ancora all'orecchio: "Questo posto è troppo stretto per me; fammi spazio, perché io possa stabilirmi". Tu dirai in cuor tuo: "Questi, chi me li ha generati? Infatti io ero privata dei miei figli, sterile, esule, scacciata. Questi chi li ha allevati? Ecco, io ero rimasta sola; questi, dov'erano?"» Così parla il Signore, DIO: «Ecco, io alzerò la mia mano verso le nazioni, innalzerò la mia bandiera verso i popoli, ed essi ti ricondurranno i tuoi figli in braccio, ti riporteranno le tue figlie sulle spalle. I re saranno i tuoi precettori e le loro regine saranno le tue balie; essi si inchineranno davanti a te con la faccia a terra, lambiranno la polvere dei tuoi piedi; tu riconoscerai che io sono il SIGNORE, che coloro che sperano in me non saranno delusi».
Si potrà forse strappare il bottino al forte? I giusti, una volta prigionieri, potranno fuggire? Sì, così dice il SIGNORE: «Anche i prigionieri del forte verranno liberati, e il bottino del tiranno fuggirà; io combatterò contro chi ti combatte e salverò i tuoi figli. Farò mangiare ai tuoi oppressori la propria carne, s'inebrieranno con il proprio sangue, come con il mosto; ogni carne riconoscerà che io, il SIGNORE, sono il tuo Salvatore, il tuo Redentore, il Potente di Giacobbe».
Così parla il SIGNORE: «Dov'è la lettera di divorzio di vostra madre con cui io l'ho ripudiata? Oppure a quale dei miei creditori io vi ho venduti? Ecco, per le vostre colpe siete stati venduti, per i vostri misfatti vostra madre è stata ripudiata. Perché, quando io sono venuto, non si è trovato nessuno? Perché, quando ho chiamato, nessuno mi ha risposto? La mia mano è davvero troppo corta per liberare, oppure non ho la forza di poter salvare? Ecco; con la mia minaccia io prosciugo il mare, riduco i fiumi in deserto; il loro pesce diventa fetido per mancanza d'acqua e muore di sete. Io rivesto i cieli di nero, do loro un cilicio come coperta».

 

Predicazione tenuta domenica 23 ottobre 2022
Testo della predicazione: Isaia 49, 14 - 50, 3
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Care sorelle e cari fratelli,

un lungo e difficile dialogo con Dio. Un dialogo non è mai cosa di poca durata. Un dialogo è sempre difficile. Spesso più auspicato, sperato che avviato, attuato.

Anche questo dialogo con Dio, per ora, pare sia piuttosto un monologo. Parla Dio. Ma mentre parla mostra di averci ascoltato. La parola di Dio ci ascolta. Proprio per questo è parola di Dio: una parola che non parla soltanto, ma una parola che ascolta. Una parola nella quale ti senti ascoltato, una parola in cui ti ritrovi, ritroviamo noi stessi. Una parola che invita al dialogo, una parola che vuole, anzi, deve diventare dialogo vero, vivo, con Dio.

In questa parola Dio ha ascoltato da parte nostra un lamento. È vero: ci lamentiamo. Quanto di tutto ciò che diciamo è lamentato? O per lo meno contiene qualche lamento? Spesso lo nascondiamo, perché appunto «non bisogna lamentarsi», ma dentro di noi, sì, qualcosa, qualcuno si lamenta. Dio ascolta questo intimo lamento, profondamente radicato dentro di noi. E vuole entrare, entrare in dialogo con questo nostro lamento, profondo e radicale, trasformarlo in dialogo, vivo e vero, come quello tra Gesù e i suoi discepoli.

Il nostro lamento è triplice: il lamento contro Dio; il lamento contro noi stessi e il lamento contro gli altri.

Ecco il lamento contro Dio: Il Signore mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticata. Dio è percepito come assente, anaffettivo, disinteressato, indifferente al nostro destino.

Poi c’è il lamento contro noi stessi: ero privata dei miei figli, sterile, esule, scacciata, ero rimasta sola. Noi stessi percepiti come vittime indifese, inermi, innocenti.

Infine il lamento contro gli altri: Si potrà forse strappare il bottino al forte? I giusti, una volta prigionieri, potranno fuggire? Gli altri percepiti come ostili, avversari, nemici, infinitamente più forti, potenti, aggressivi e cattivi di noi stessi.

Percezioni in cui ci ritroviamo facilmente in questi tempi: in balia dei potenti di questi mondo, noi, povere vittime innocenti, e Dio? Dio ci ha abbandonati, ci ha dimenticati.

Percezioni reali, attuali della geopolitica in cui ci troviamo, dell’egocentrismo, dell’autoreferenzialità e della secolarizzazione, anzi, scristianizzazione in cui ci ritroviamo oggi.

Percezioni che percepiscono la realtà, ma non è detto che questa realtà percepita corrisponda anche alla verità.

Certo, talvolta c’è una differenza tra la temperatura percepita e la temperatura reale, basta un po’ di umidità, e ci scopriamo termometri inaffidabili. Certo, il numero di stranieri in Italia percepito è sempre dieci volte più alto di quello reale, e ci scopriamo pure razzisti. Certo, abbiamo serie difficoltà a percepire la nostra realtà, vediamo sempre solo quel che vogliamo vedere, vediamo sempre solo una parte e perdiamo di vista tante altre cose.

Se percepiamo gli altri come nemici non vediamo più le nostre, le proprie responsabilità, se li percepiamo infinitamente più forti di noi perdiamo di vista le nostre possibilità.

Se percepiamo noi stessi come le vittime innocenti diventiamo anche ciechi per le nostre responsabilità, guardiamo solo a noi stessi.

E Dio? Non c’è più. Ci ha abbandonati. Ci ha dimenticati. Anche nelle nostre chiese. Guardiamo, fissiamo sempre solo i cristiani, ma perdiamo di vista il Cristo. Lamentiamo gli umani, e dimentichiamo, abbandoniamo Dio. Lamentiamo che non è più come una volta. Certo! Ma poi non vediamo coloro che in questi anni si sono avvicinati, affezionati, aggregati a noi. Percepiamo solo dimenticanze e abbandoni, e perdiamo di vista che, in questa nostra pochezza, in questa nostra miseria umana, avviene sempre anche dell’altro. Ma non lo valorizziamo, non lo vediamo, non lo vogliamo vedere. Perché ci vogliamo lamentare. È lo sport nazionale, personale, ma anche ecclesiastico, sì, forse universale. La cultura del lamento. È profondamente umana, radicata nell’umanità, sì, è l’umanità. Siamo in balia del lamento. Contro Dio, contro noi stessi, contro gli altri. Ci ritroviamo letteralmente nel nostro lamento. Ecco, che cosa rende difficile ogni dialogo, con Dio, con gli altri, con noi stessi. Qui invece siamo invitati, qui ci è offerta la possibilità di uscire (Esodo, nuovo Esodo!), uscire dal nostro onnipresente e onnipotente lamentare, e ritrovarci dove? Nel deserto, nella parola di Dio, nel deserto particolarmente vicina. Che vuole aprirci al dialogo con Dio, con noi stessi, con gli altri, anche se ostili.

Allora il lamento era di Sion. Il lamento di Israele non solo interiorizzato, ma anche istituzionalizzato in formule liturgiche nel culto. Ecco, c’era il culto del lamento (il libro delle Lamentazioni, molti salmi che ci vogliono far uscire dal nostro lamentare). Oggi non è diverso: il culto del lamento. Con buone e profonde ragioni, allora come oggi. L’esilio babilonese è una buona e profonda ragione per lamentarsi, come anche oggi abbiamo buone e profonde ragioni personali, esistenziali, ma anche geopolitiche, da vendere. Per dire: Il Signore mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticata; sono privata dei miei figli, sterile, esule, scacciata, sono rimasta sola; si potrà forse strappare il bottino al forte? I giusti, una volta prigionieri, potranno fuggire?

Ma, alla fine, se questi lamenti diventano accuse, si arriva al processo. Ma per questo processo – ci dice la parola profetica – mancano le prove. E la controparte – cioè Dio – fa sentire il suo lamento contro il nostro: Perché, quando io sono venuto, non si è trovato nessuno? Perché, quando ho chiamato, nessuno mi ha risposto? Perché: dopo i nostri perché si arriva al perché di Dio. Ecco: i nostri perché, nell’ascolto della parola, si trasformano nel perché di Dio. Avevamo la sua parola: perché non l’abbiamo ascoltata? Avevamo la sua parola: perché non abbiamo risposto a questa parola, perché non siamo responsabili?

Con infinita pazienza Dio controbatte a ogni nostro lamento: Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta, smettere di avere pietà del frutto delle sue viscere? Anche se le madri dimenticassero, non io dimenticherò te. Con pazienza, infinita pazienza, anzi amore, infinito amore, ricorda la sua storia con noi, ciò che avviene anche, tutto ciò per cui siamo diventati ciechi, le cose belle edificanti, i figli, i giovani, ciò che c’è anche, ciò che c’è ancora, la sua parola ci riapre gli occhi, com’è vero che io vivo, dice il Signore.

E, alla fine, al processo, pone la domanda decisiva come un dubbio, un profondo dubbio nelle nostre menti, nei nostri cuori: La mia mano è davvero troppo corta per liberare, oppure non ho la forza di poter salvare?

Certo, poi ci sono gli esperti di retorica religiosa che sanno trasformare abilmente queste domande di Dio in un’accusa contro l’incredulità e contro l’infedeltà umane. Certo, poi ci saranno sempre dei religiosi che accusano: Perché, quando io sono venuto, non si è trovato nessuno? Perché, quando ho chiamato, nessuno mi ha risposto? Ancora una volta sentiamo quanto è forte la voglia, la cultura, il culto del lamentarsi in noi. Tutto si deve trasformare in lamento, tutto si deve alla fine trasformare in un’aula di tribunale, in un processo, in accuse contro qualcosa, contro qualcuno. È più forte di noi.

Io credo invece che la Parola di Dio è più forte di ogni potente di questo mondo, più forte di ogni lamento di ieri e di oggi, perfino più forte di me stesso – che sono sì io il più forte ostacolo di ogni responsabilità, la più forte resistenza a ogni dialogo vero e vivo, con gli altri, con Dio e perfino con me stesso.

E poi scopro qualcosa che prima ignoravo, poi vedo qualcuno che prima, ingarbugliato, imprigionato nel mio lamentare, non avevo visto! Perché oggi quando Dio dice io sono venuto, si è trovato qualcuno! Perché oggi, quando Dio ha chiamato, qualcuno gli ha riposto! Forse non l’avevamo notato perché ci stavamo lamentando di essere solo quattro gatti… ma c’era anche lei, c’era anche lui. E non c’è incontro, là dove due o tre sono riuniti nel suo nome, dove questo avviene anche – dove appunto qualcuno è venuto.

E ne siamo riconoscenti, ne riconosciamo un segno che il Signore non ci dimentica e non ci abbandona, ci libera dallo strapotere del nostro lamento, dall’essere il bottino del nostro lamento, e fa rinascere in noi quella responsabilità, quel gioioso rispondere alla parola di Dio che è amore che non ci dimentica e non ci abbandona. In Cristo Gesù.

Dettagli
  • Data: Ottobre 23, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 49, 14 - 50, 3