Isaia 49, 1-13
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Isole, ascoltatemi! Popoli lontani, state attenti! Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre. Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente, mi ha nascosto nell'ombra della sua mano; ha fatto di me una freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra, e mi ha detto: «Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria». Ma io dicevo: «Invano ho faticato; inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza; ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE, la mia ricompensa è presso il mio Dio». Ora parla il SIGNORE che mi ha formato fin dal grembo materno per essere suo servo, per ricondurgli Giacobbe, per raccogliere intorno a lui Israele; io sono onorato agli occhi del SIGNORE, il mio Dio è la mia forza. Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra». Così parla il SIGNORE, il Redentore, il Santo d'Israele, a colui che è disprezzato dagli uomini, detestato dalla nazione, schiavo dei potenti: «Dei re lo vedranno e si alzeranno; dei prìncipi pure e si prostreranno, a causa del SIGNORE che è fedele, del Santo d'Israele che ti ha scelto».
Così parla il SIGNORE: «Nel tempo della grazia io ti esaudirò, nel giorno della salvezza ti aiuterò; ti preserverò e farò di te l'alleanza del popolo, per rialzare il paese, per rimetterli in possesso delle eredità devastate, per dire ai prigionieri: "Uscite", e a quelli che sono nelle tenebre: "Mostratevi!" Essi pasceranno lungo le vie e troveranno il loro pascolo su tutte le alture; non avranno fame né sete, né miraggio né sole li colpirà più; poiché colui che ha pietà di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti d'acqua. Io trasformerò tutte le mie montagne in vie, le mie strade saranno elevate. Guardate! Questi vengono da lontano; ecco, questi altri vengono da settentrione e da occidente, e questi dal paese dei Sinim». Esultate, cieli, e tu, terra, festeggia! Prorompete in grida di gioia, monti, poiché il SIGNORE consola il suo popolo e ha pietà dei suoi afflitti.

 

Predicazione tenuta domenica 16 ottobre 2022
Testo della predicazione: Isaia 49, 1-13
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi afflitti. Questo è il punto di arrivo e di partenza. Il cuore del Secondo Isaia: Consolate, consolate! inizia il suo libro. Qui bisogna tradurre meglio, e non dire: il Signore consola il suo popolo, ma: il Signore ha consolato il suo popolo. Cioè: è intervenuto, ha aiutato, ha salvato. Un fatto. Non un auspicio. Non un sedativo. Ma un fatto compiuto. È compiuto! dirà il morente servo di Dio alla croce.

E da questo fatto nasce la fede, la certezza, l’incrollabile confessione che Dio ha pietà dei suoi afflitti. Sempre. Dio ha sempre pietà, anche oggi, e in eterno.

E questo è motivo di gioia, di festa, di esultanza. E chi deve esultare? Chi deve festeggiare? Chi deve prorompere in grida di gioia? Chi ha fede? Chi ci crede? No! I cieli, la terra, i monti… Una gioia più alta, più profonda, più larga e più lunga di ogni altra gioia. Una festa più lunga e più larga, più profonda e più alta di ogni festa. Che coinvolge tutti, che comprende tutti, che abbraccia tutte le amate creature di Dio. Un’esultanza che va oltre ogni sofferenza, oltre ogni dolore, oltre ogni esilio babilonese. Una consolazione, anzi, un Consolatore, il nostro Consolatore, il nostro unico Consolatore, la nostra unica consolazione in vita e in morte (Catechismo di Heidelberg, prima domanda).

Tre riflessioni.

La prima: l’universale e il particolare.

Isole, ascoltatemi! Qui è tutto universale: isole, continenti, il mondo intero è chiamato ad ascoltare. Qui ogni parola di Dio, ogni respiro di Dio è rivolto all’intero universo, a tutti. Qui Dio fa sorgere il suo sole sopra i buoni e i cattivi, qui Dio fa piovere sui giusti e gli ingiusti (cfr. Matteo 5,45). Qui Dio ama tutti.

Ma se ama tutti, non ama nessuno. Se dico: «amo tutte le donne» posso essere certo che mia cara sposa non si sente particolarmente amata. L’amore universale, da qualche parte, si deve mostrare, dimostrare, diventare concreto, realtà, carne.

Qui c’è la grande tensione teologica tra l’amore universale e l’elezione particolare. La nostra fede è universale o è particolare? «Pensare globalmente e agire localmente», «il mondo è la mia parrocchia»: belle formule che vogliono risolvere il dilemma, ma la tensione rimane. A una fede particolare sarà per sempre rivolta la parola di Dio di aprirsi all’universale. A una fede universale sarà per sempre rivolta la parola di Dio di incarnarsi nel particolare. La tensione rimane per sempre, è la dinamica, il movimento della parola di Dio che non si risolve con nessuna formula del mondo. Perché la parola di Dio è viva, e rimane in eterno. Dio è vivo, il vivente che rivolge la sua parola a tutti, ma a tutti in particolare, singolarmente, tu per tu. Per i nostri particolarismi, per ogni situazione particolare, sì, ha una consolazione universale. E per l’universo ha una consolazione particolare. E qual è questo punto in cui l’universale e il particolare si incontrano, diventano uno, la stessa cosa?

La pietà. La consolazione. Là dove qualcuno ha pietà di un altro, là c’è l’universo, l’universale Dio. In Cristo si è mostrato, dimostrato, incarnato. Ma questo Cristo non è una formula che risolve ogni cosa: è dinamico, si muove, si rivolge a te. È la pietà di Dio che non molla finché non diventi pietoso, finché non diventi pietosa. È la consolazione di Dio che non molla finché consolazione non ci sia.

L’universalità – se volete: la cattolicità – non è pensare, dire, fare al mondo come una famiglia, una sola nazione, un impero. L’universalità sta nella pietà, ovunque essa avviene, c’è la gioia, la festa, l’esultanza dell’intera creazione, compreso il suo Creatore.

La seconda riflessione: il servo e il re.

Ora applichiamo la stessa riflessione alle persone. La riflessione sulla fede universale e particolare, ora si fa personale, si incarna. Qui ogni parola di Dio, ogni respiro di Dio ti è rivolto come se fossi un re, come se venissi incoronato re, anzi, più di ogni re: la luce delle nazioni. Come dirà Gesù: voi siete la luce del mondo (Matteo 5,14). I servi vengono interpellati come dei re. E i re diventano servi. È la stessa tensione, la stessa dinamica, lo stesso movimento della parola di Dio: il servo diventa re, e il re diventa servo. E questa tensione, questa dinamica, questo movimento si chiama profezia. È il profeta che rivolge la parola di Dio al re: tu sei servo! Ed è il profeta che rivolge la parola di Dio al servo: tu sei re! Tu, servo, porti la spada del re, l’arma che comanda il mondo: la mia parola. Che crea il mondo.

E in che cosa consiste questa parola? Nel dire ai re di essere servi, e ai servi di essere re. Nella pietà con i servi e nel diventare pietosi dei re. La consolazione alla quale siamo chiamati detronizza i potenti, anzi, ha detronizzato i potenti – come canterà Maria – e ha innalzato gli umili (Luca 1,52), o come insegnerà Giovanni Calvino: conferisce maestà agli oppressi, consolazione come alfabetizzazione, educazione, formazione. Sì, questa è la nostra pietà profetica che spezza ogni corruzione e abuso di potere.

Non c’è più grande amore che rivolgere vocazione alle persone: tu, sì tu, luce delle nazioni! La consolazione non consiste in due parole sentite, di cuore, che scaldano l’ambiente. Ma nella fiducia che affida un servizio. E la luce della nazione è il servizio, chi si mette a servizio, ovunque qualcuno non pretende più di essere servito, ma si mette a servire. Come il Cristo. Che ci consola. Come? Ponendo la sua fiducia in noi, affidandoci, rendendoci partecipi del suo essere servo, re e profeta. Quando l’apostolo vide la luce sulla via di Damasco non gli si scalda solo il cuore, ma gli viene affidato un compito, rivolta una chiamata, una vocazione, viene letteralmente investito dalla partecipazione alla dinamica, al movimento, alla tensione, alla vita, alla profezia della parola di Dio, alla sua pietà, dove l’universale incontra il particolare, dove il servo incontra il re.

E, infine, ancora la terza riflessione: il tempo della grazia.

Non solo dove, ma anche quando. Ecco: quando avviene questo? Vi ricordate della famosa conferenza stampa il 9 novembre del 1989, dove si parlava dell’apertura del muro di Berlino. Improvvisamente la domanda di un giornalista italiano: «si può sapere quando avviene tutto ciò?». A questo punto, il portavoce del governo della DDR ha dovuto improvvisare, prendere una propria sua decisione, e disse balbettando a bassa voce, cercando aiuto a destra e manca, la parola profetica: «secondo me, è da ora…» – a questa parola «ora» il mondo proruppe in grida di gioia, tutti uscirono e si mostrarono in piazza e andavano oltre il muro.

Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza! scriverà l’apostolo Paolo ai Corinzi (II Corinzi 6,2) citando il nostro testo. È sempre ora. È sempre l’ora della pietà. È sempre l’ora del servizio. È sempre il tempo della grazia.

Ora? Ora che l’umanità rischia di dissolversi in poche ore di esplosioni nucleari? Ora che non c’è nessuna pietà? Ora che nessun re vuole diventare servo, e nessun servo diventare re? Sì, ora! Perché Dio non consola, ma ha consolato, perché non salva, ma ha salvato. È compiuto! La guerra contro i re della terra che non si piegano è vinta, la guerra contro la mancanza di pietà è vinta, la guerra contro ogni sconsolazione è già vinta. Definitivamente. Sul Golgota.

Dove ha vinto la pietà. Dove ogni re diventa servo, e ogni servo re. Dove il Dio universale è entrato nel particolare.

La notizia della guerra vinta in greco si chiama evangelo. La buona notizia della guerra vinta: la parola evangelica come una spada tagliente, come una freccia appuntita, come una bomba atomica. La guerra è già vinta vuol dire: ogni nostra guerra è inutile, incredulità, infamia.

E vuol dire anche: ogni nostra guerra, ogni nostro male non è che vile vendetta, ritorsione che proviene dalla frustrazione, dalla delusione per la guerra già persa. Certo, queste battaglie sono particolarmente cruente, ma nulla toglie al fatto che la guerra è vinta. Questo ci fa sempre guardare oltre. Oltre ogni male che ci colpisce al momento, viviamo sempre nel tempo della grazia. Sì, sempre, anche ora!

È sempre ora per una gioia, per una festa, per un’esultanza – per un servizio, per la pietà che viene dall’annuncio dell’evangelo di Dio, nel quale ci portano le parole del secondo canto del servo di Dio del Secondo Isaia, profeta, poeta ed evangelista ante litteram. Che conclude questo brano come noi col canto dei salmi. Allude ai Salmi 121 e 23: Essi pasceranno lungo le vie e troveranno il loro pascolo su tutte le alture; non avranno fame né sete, né miraggio né sole li colpirà più; poiché colui che ha pietà di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti d’acqua. Così anche noi vogliamo cantare i salmi finché abbiamo respiro, finché abbiamo parola, come e con Cristo, con e come Cristo con tutte le sue amate creature.

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  • Data: Ottobre 16, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 49, 1-13