Isaia 48, 1-11
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«Ascoltate questo, casa di Giacobbe, voi che siete chiamati con il nome d'Israele e che siete usciti dalla sorgente di Giuda; voi che giurate per il nome del SIGNORE e menzionate il Dio d'Israele, ma senza sincerità; senza giustizia! Poiché prendono il loro nome dalla città santa, si appoggiano sul Dio d'Israele, che si chiama SIGNORE degli eserciti! Già anticamente io annunciai le cose verificatesi; esse uscirono dalla mia bocca, io le feci sapere; a un tratto io le effettuai, ed esse avvennero. Siccome io sapevo, Israele, che tu sei ostinato, che il tuo collo ha muscoli di ferro e che la tua fronte è di bronzo, io ti annunciai queste cose anticamente; te le feci sapere prima che avvenissero, perché tu non avessi a dire: "Le ha fatte il mio idolo, le ha ordinate la mia immagine scolpita, la mia immagine fusa". Tu hai udito e visto tutto. Non dovreste forse testimoniarlo voi stessi? Ora io ti annuncio cose nuove, cose occulte, a te ignote. Esse vengono create ora, non risalgono ai tempi antichi; prima di oggi, non ne avevi udito parlare, perché tu non abbia a dire: "Ecco, io le sapevo". No, tu non ne hai udito nulla, non ne hai saputo nulla, nulla in passato te ne è mai venuto alle orecchie, perché sapevo che ti saresti comportato perfidamente e che ti chiami Ribelle fin dal seno materno. Per amore del mio nome io rinvierò la mia ira, e per amor della mia gloria io mi freno per non sterminarti. Ecco, io ti ho voluto affinare, ma senza ottenere argento; ti ho provato nel crogiuolo dell'afflizione. Per amor di me stesso, per amor di me stesso io voglio agire; perché infatti dovrei lasciare profanare il mio nome? Io non darò la mia gloria a un altro.»

 

Predicazione tenuta domenica 2 ottobre 2022
Testo della predicazione: Isaia 48, 1-11
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Ascoltate questo, care sorelle e cari fratelli,

qui dobbiamo ascoltare. Ascoltate questo, qui siamo chiamati ad ascoltare. Chiamati da Dio ad ascoltare. La nostra vocazione è sempre anzitutto ascoltare.

Bene. Se è solo questo! Solo ascoltare, vengo qui solo per ascoltare – nulla di impegnativo.

Ma se ci mettessimo veramente in ascolto? Se, per una volta, ascoltassimo veramente? Ci rendiamo conto quant’è impegnativo ascoltare, quant’è impegnativo essere chiamati, quant’è impegnativa la nostra vocazione di ascoltare.

Per ascoltare ci vuole il silenzio. Qui in chiesa è ancora possibile, il silenzio. Ma dentro di noi? Dentro di te, c’è silenzio? No, dentro di te non sei silenzioso/a, non sei vuoto/a. Tante voci si accavallano. A volumi e intensità diverse, con sentimenti e ragionamenti diversi, in lingue e culture diverse, ricordi e prospettive, desideri e delusioni, bisbigliate e gridate, virtuose e viziate, vere e false – insomma tante voci che non si ascoltano, non dialogano, non si comprendono, appunto, si accavallano.

Hai voglia ad ascoltare in questo accavallamento di voci, ad ascoltare una sola voce! La voce del profeta. Una predicazione. La parola di Dio. Anzi, la voce di Dio!

Ve lo dico per preparare le vostre orecchie a questo testo: qui non c’è una sola voce, ma due voci. Una positiva, tutta grazia, l’annuncio del profeta poeta, del Secondo Isaia, che annuncia la fine dell’esilio babilonese e il ritorno in patria. E l’altra, negativa, tutta giudizio. Ve le faccio sentire:

Ascoltate questo, casa di Giacobbe, voi che siete chiamati con il nome d’Israele e che siete usciti dalla sorgente di Giuda; voi che giurate per il nome del Signore e menzionate il Dio d’Israele,

ma senza sincerità; senza giustizia!

Poiché prendono il loro nome dalla città santa, si appoggiano sul Dio d’Israele, che si chiama Signore degli eserciti! Già anticamente io annunciai le cose verificatesi; esse uscirono dalla mia bocca, io le feci sapere; a un tratto io le effettuai, ed esse avvennero.

Siccome io sapevo, Israele, che tu sei ostinato, che il tuo collo ha muscoli di ferro e che la tua fronte è di bronzo,

io ti annunciai queste cose anticamente; te le feci sapere prima che avvenissero,

perché tu non avessi a dire: “Le ha fatte il mio idolo, le ha ordinate la mia immagine scolpita, la mia immagine fusa”.

Tu hai udito e visto tutto. Non dovreste forse testimoniarlo voi stessi? Ora io ti annuncio cose nuove, cose occulte, a te ignote. Esse vengono create ora, non risalgono ai tempi antichi; prima di oggi non ne avevi udito parlare,

perché tu non abbia a dire: “Ecco, io le sapevo”. No, tu non ne hai udito nulla, non ne hai saputo nulla, nulla in passato te ne è mai venuto alle orecchie, perché sapevo che ti saresti comportato perfidamente e che ti chiami Ribelle fin dal seno materno. Per amore del mio nome io rinvierò la mia ira, e per amore della mia gloria io mi freno per non sterminarti. Ecco, io ti ho voluto affinare, ma senza ottenere argento; ti ho provato nel crogiuolo dell’afflizione.

Per amore di me stesso, per amore di me stesso io voglio agire; perché infatti dovrei lasciare profanare il mio nome? Io non darò la mia gloria a un altro.

La voce di Dio in due voci. Illustri interpreti di questo brano hanno separato le due voci: l’annuncio del profeta era la grazia, la sola grazia, la pura grazia. Una volta liberati dalla Babilonia e rientrati nel paese, sono iniziati i guai della realtà. Come noi: annunciamo la grazia, la sola grazia, il puro evangelo di Dio e, non appena rientrati nella realtà della chiesa, della vita, ricominciano i guai del giudicare. Le cose negative sarebbero – secondo questi esegeti – state aggiunte più tardi, come esperienza della pura parola profetica positiva nella realtà faticosa e faziosa al rientro degli esuli in patria. Perché Dio parla a una voce sola.

La voce di Dio in due voci. Oggi, la maggior parte degli interpreti sostengono che le due voci sono inseparabili, fin dall’inizio erano insieme. La voce di Dio non è una sola come quella di un flauto dolce, ma due, come quella del violino. Detto meglio: la voce di Dio, a noi, non arriva mai a una sola voce, ma sempre in due voci. Non perché ambigua, ma perché in dialogo, in lotta – Israele vuol dire: «colui che lotta con Dio». Perché siamo in lotta con Dio.

Quando ascoltiamo una predicazione, non ascoltiamo mai solo la voce del predicatore, o meglio: del testo della predicazione. Sentiamo fin dall’inizio sempre anche la nostra voce: Ecco, io le sapevo queste cose. Nulla di nuovo. Le ha fatte il mio idolo, le ha ordinate la mia immagine, la mia immagine fusa, cioè la mia religione, il mio catechismo, quel che si è sempre detto, quel che si è sempre fatto, appunto: nulla di nuovo. Oppure un dubbio profondo: è tutto solo una nostra immaginazione, una nostra proiezione. Nulla di nuovo. Nulla di Dio.

Ascoltiamo, comprendiamo solo le cose che già pensavamo, già credevamo di sapere. Ascoltiamo solo quel che vogliamo ascoltare. Vediamo solo quel che vogliamo vedere. Siamo ostinati, il nostro collo ha muscoli di ferro, e la nostra fronte è di bronzo.

Ecco, la voce di Dio ci arriva sempre in due voci, in dialogo, in lotta. Non c’è fede senza dubbio, non c’è speranza senza discussione, non c’è amore senza lotta. Non c’è ascolta senza che le voci si accavallino.

Il profeta poeta del Secondo Isaia osa dire Dio nella realtà umana, osa predicare la grazia nella realtà dominata dal giudizio, osa annunciare la parola di Dio, dare voce a Dio nell’ambiguità delle esperienze e durezze umane. Nella realtà umana del senza sincerità e senza giustizia di cui Israele, noi tutti e il profeta poeta stesso è parte. Ma ne è consapevole! Non si mette in mostra: io sono sincero, io sono giusto! Io so già tutto, sono profeta non da ieri, sono ebreo fin dalla nascita, sono protestante, sono valdese da generazioni, conosco la Bibbia, conosco il catechismo – a me non può più sorprendere nulla. Nulla di nuovo.

È vero conosciamo le due voci di Dio: siamo tutti ugualmente e completamente peccatori, e: Dio è amore e ci ha salvati per la sua sola grazia. Nulla di nuovo. Scontato. Lo sapevamo. Sentite come si scaldano i muscoli di ferro del nostro collo?

Ma ora ascoltate questo:

Ora io ti annuncio cose nuove, cose occulte, a te ignote.

Esse vengono create ora, non risalgono ai tempi antichi; prima di oggi non ne avevi udito parlare, […] Per amore di me stesso, per amore di me stesso io voglio agire.

Oggi. Ora. Nella realtà. In mezzo alla mancanza totale di sincerità e di giustizia, tra ostinati colli duri, sapientoni e fondamentalisti.

Scoprirsi peccatori non è mai scontato. È sempre una sorpresa: non in generale, ma nella situazione, nella realtà, nell’incontro col prossimo. È sempre nuovo, inaudito, e creativo: apre una nuova prospettiva, crea un nuovo insieme, là dove tutto era saputo, risaputo, rinchiuso nell’idolo dell’Ecco, le sapevo! Siamo tutti peccatori, completamente e, soprattutto, ugualmente: la solidarietà è sempre una novità, fresca, sorprendente, oggi, ora.

Scoprire l’amore, la grazia di Dio non è mai scontato. È sempre una sorpresa: non in generale, ma nella situazione, nella realtà, nell’incontro con Dio. Dio ama noi? Dio ama me? Disonesto, ingiusto, sapientone, idolatra che sono?

Forse non c’è di peggio che dare per scontato che Dio è amore, dare per scontato che siamo tutti peccatori. Non c’è di peggio. Ma è quel che facciamo oggi. Come chiese, come singoli credenti. Perché non c’è di peggio? Perché non ascoltiamo. Non ci ascoltiamo. Non ascoltiamo Dio.

Ascoltare è la vita di Gesù Cristo. La vita di Gesù Cristo è l’ascolto di Dio che ascolta noi. Sempre, anzi, sempre nuovamente. Certo, Gesù non è venuto «solo per ascoltare», il suo ascolto era impegnativo. Ascoltare noi è davvero impegnativo.

Oggi, in tempi in cui si accavallano voci in un rumore inaudito, tempi in cui, come cavalli con i paraocchi, ci lanciamo nella battaglia, tempi duri per profeti e poeti, tempi duri per ogni insieme, ogni dialogo, ogni comprensione, fratelli e sorelle, cristiane e cristiani, discepoli e discepole, impariamo con impegno dal Cristo ad ascoltare. Sempre nuovamente a metterci in ascolto, di Dio e del prossimo. A impararlo, perché non lo sappiamo. Sì, c’è qualcosa, c’è ancora qualcosa che non sappiamo. C’è Dio.

È in questo luogo, e io non lo sapevo! Casa di Giacobbe, nome che vuol dire tradotto: «colui che inganna», chiamati con il nome d’Israele, che vuole dire «colui che lotta con Dio»: continua a lottare con Dio, ne vale la pena.

Ascolta questo e nuovamente, sorprendentemente, vivrai.

In Cristo Gesù.

Dettagli
  • Data: Ottobre 2, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 48, 1-11