Isaia 46
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Bel crolla, Nebo cade; le loro statue sono messe sopra animali, su bestie da soma; questi idoli che voi portavate qua e là sono diventati un carico; un peso per la bestia stanca! Sono caduti, sono crollati assieme, non possono salvare il carico, essi stessi se ne vanno in prigionia. «Ascoltatemi, o casa di Giacobbe, voi tutti, residuo della casa d'Israele, voi di cui mi sono caricato dal giorno che nasceste, che siete stati portati fin dal seno materno! Fino alla vostra vecchiaia io sono, fino alla vostra canizie io vi porterò; io vi ho fatti, e io vi sosterrò; sì, vi porterò e vi salverò. A chi mi assomigliereste, a chi mi eguagliereste, a chi mi paragonereste, quasi fossimo pari? Costoro prelevano l'oro dalla loro borsa, pesano l'argento nella bilancia, pagano un orefice perché ne faccia un dio per prostrarglisi davanti, per adorarlo. Se lo caricano sulle spalle, lo trasportano, lo mettono sul suo piedistallo; esso sta in piedi e non si muove dal suo posto; benché uno gridi a lui, esso non risponde né lo salva dalla sua afflizione. Ricordatevi di questo e mostratevi uomini! O trasgressori, rientrate in voi stessi! Ricordate il passato, le cose antiche; perché io sono Dio, e non ce n'è alcun altro; sono Dio, e nessuno è simile a me. Io annuncio la fine sin dal principio, molto tempo prima dico le cose non ancora avvenute; io dico: Il mio piano sussisterà, e metterò a effetto tutta la mia volontà; chiamo da oriente un uccello da preda, da una terra lontana l'uomo che effettui il mio disegno. Sì, io l'ho detto e lo farò avvenire; ne ho formato il disegno e l'eseguirò. Ascoltatemi, o gente dal cuore ostinato, che siete lontani dalla giustizia! Io faccio avvicinare la mia giustizia; essa non è lontana, la mia salvezza non tarderà; io metterò la salvezza in Sion e la mia gloria sopra Israele.»

 

Predicazione tenuta mercoledì 11 maggio 2022
Testo della predicazione: Isaia 46
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Care sorelle e cari fratelli,

la nostra vita non è votata al caso, ma ha un centro, un cuore. Non gira a vuoto, ma attorno a questo cuore, questo centro. Il suo principio, la priorità, il primo comandamento. Ciò che comanda la nostra vita, ciò che precede la nostra vita, ciò che presiede alla nostra esistenza. Il suo Signore, il nostro Dio.

Possono essere tanti, tanti signori, tanti dèi. Ciò da cui ti aspetti ogni bene, ciò in cui poni la tua fiducia, ciò a cui appendi il tuo cuore, questo è il tuo Dio, commentava Lutero il primo comandamento. Può essere il sesso, il denaro, il proprio io. Ma anche gli idoli che non ho scelto io, ma che mi sono stati imposti: le mie preoccupazioni, le mie paure, i miei problemi. La mia oppressione, la mia ossessione, la mia fatica, la mia stanchezza. Ma poi sempre anche le mie immaginazioni, le mie idee, le mie ideologie, i miei idoli.

Vivo tra Dio e i miei idoli. Nella tensione, nella lotta tra i miei dèi e il mio Dio. Devo decidere a chi ubbidire. Chi ascoltare. Chi ricordare, per chi e che cosa spendere il mio prezioso tempo, le mie preziose energie. Chi è il Signore della mia vita? Qual è il suo principio, la sua fonte, la sua sorgente a cui attingere? Qual è la priorità? A che cosa, a chi dare la precedenza? Quale comando seguire? Di quale parola, di quale persona, di chi mi posso fidare, in chi posso confidare, a chi e a che cosa mi posso affidare? Sono le domande, le preghiere che accompagnano ogni mio passo, che tengono viva la mia coscienza, la mia vita, ogni giorno.

La questione dell’idolatria non è un caso eccezionale, estremo, ai margini della vita, ma è la sua questione centrale di ogni giorno, la preghiera quotidiana. Ritrovare, ricominciare, riconciliare: predicazione, cura d’anime, catechismo non fanno altro che far crollare gli idoli ricordando, ascoltando la parola di Dio. Il nostro pane quotidiano.

Come faccio, come facciamo a discernere tra Dio e l’idolo? E a questo proposito la predicazione del nostro profeta poeta, il capitolo 46 del libro di Isaia ci dà una buona risposta. Ci dà un criterio. Ecco, ci vuole un criterio per sviluppare un senso critico e non farsi trascinare di qua e di là da ogni vento e ogni corrente che tira. Ci vuole un criterio per non soccombere nelle crisi della vita. Una parola. Un verbo d’azione: portare.

Ecco il verbo con cui analizzare, diagnosticare la nostra situazione: portare. Ci vuole sempre prima una diagnosi. La cura è preceduta dalla diagnosi, e la diagnosi dev’essere giusta. Per fare la diagnosi, per diagnosticare il nostro attuale idolo, il Secondo Isaia ci fornisce lo strumento: la parola di Dio, no, una parola di Dio, un verbo d’azione: portare.

L’idolo è ciò che portiamo noi. Mentre il vero Dio è colui che porta noi. Ora sono in grado, sei in grado, siamo in grado di conoscere noi stessi.

Che cos’è che porti sulle tue spalle, come quei poveri animali della processione che portano sulle loro spalle Bel, che sarebbe un altro nome per il dio principale di Babilonia Marduk, e Nebo, il dio un po’ più degli intellettuali? Bestie stanche, stancate dal peso che portano. Prima o poi crollano.

Come quelle bestie gli esseri umani, disposti a pagare, a fare di tutto per portare ogni peso possibile immaginabile ostentando i loro dèi. La tariffa che bisogna sborsare per portare le statue pesanti dei cosiddetti perduni della settimana santa a Taranto, ai miei tempi, era di 80.000 euro per portare la Madonna, e di 20.000 per portare Cristo, una bella differenza, ma soprattutto un grande onore di essersene caricati almeno una volta nella vita. Possiamo ancora oggi, come il profeta allora, fare la nostra satira. Ma è solo quel che si vede in giro. La parola profetica ci fa guardare più in profondità. Non degli idoli degli altri, ma dei nostri idoli. Nelle profondità dei nostri cuori e non di quelli degli altri.

Che cosa porto io in giro? Quanto ho pagato per questo peso? Per avere peso, in ebraico qabod, cioè gloria? Quale impegno costa tanta fatica, ma alla fine non mi dà nulla in cambio? Alla fine non è stato che fatica, stanchezza – tutta la vita? Tutto ciò che hai portato nella tua vita, tutto ciò che hai sopportato nella tua vita, è scritto nel tuo corpo, la tua memoria che ricorda tutto ciò che hai portato e sopportato.

Ma, alla fine, che cosa, chi ha portato te? Che cosa chi ti ha sostenuto? Sollevato? Preso sulle sue spalle quando sei crollato? Questo, il nostro corpo, la nostra natura non ce lo può dire, lo dimentica facilmente. Il bene non lascia traumi nel nostro corpo o nella nostra coscienza. Il bene va ricordato. Coltivato. Curato. Insieme.

E qui siamo alla seconda parola. Dopo la parola della diagnosi, la prima parola della cura: ricordare. Ricordare certo la parola portare, rientrando in noi stessi. Ricordare che siamo come le bestie, gli animali che portano in giro i loro idoli e, prima o poi, crollano. Ricordare che siamo uomini e donne, essere umani. Come? Ricordate il passato, le cose antiche. Cioè: tuffatevi nelle Scritture, leggete, studiate, imparate. Non girando a caso nelle Scritture. Le Scritture non sono messe lì a caso, ma hanno un centro, un cuore; ruotano attorno a un centro, un cuore. Attorno all’Io sono Dio, e non ce n’è alcun altro, cioè attorno al primo comandamento, attorno al principio, la fonte, la sorgente, la priorità: Io sono Dio. Al quale risponde, corrisponde un Tu, al quale tu rispondi, con il quale tu corrispondi, leggendo, studiando, imparando, coltivando, curando, condividendo la memoria delle Scritture: Ricordate il passato, le cose antiche.

E se tutto ciò mi stanca anche? Se l’impegno per la parola di Dio, per la chiesa comincia a diventare un peso, come Bel e Nebo sulle spalle delle bestie? E, peggio ancora: se diventa un peso nel senso della qabod, cioè della gloria propria? Se siamo noi a portare avanti la chiesa portando sulle nostre spalle la Bibbia e la sua amministrazione? Se non mi dà in cambio niente, non mi sostiene, non mi solleva, non mi porta sulle spalle e in braccio quando crollo? Allora non c’è la legge di Cristo: Portate i pesi gli uni degli altri e adempirete così la legge di Cristo (Galati 6,2). Allora non c’è Cristo, o solo un Cristo statua che portiamo in giro come Bel e – per gli intellettuali – Nebo. Un Cristo idolo, una chiesa idolo, ostentata. Attiva, attivissima – ma che dimentica la sua passività, la sua fondamentale passività: non di portare Dio, ma di essere portata da Dio.

Non basta farsi carico delle cose antiche, farsi carico della chiesa, della Bibbia, del Cristo e della sua amministrazione, non basta ricordare, bisogna anche ascoltare.

Ed ecco la terza delle parole chiave del profeta: ascoltare. Dopo la parola portare che ci fa conoscere noi stessi, e la parola ricordare che ci fa conoscere Dio, c’è ancora quest’altra parola: ascoltare. Che ci fa vivere. Ascoltatemi, o gente dal cuore ostinato, che siete lontani dalla giustizia!

No basta portare avanti la causa, e siamo a posto. Non basta ricordare la causa, e siamo a posto. Non basta una Bibbia ostentata, bisogna leggerla. Non basta un Cristo statua, bisogna ascoltarlo, seguirlo. Seguire un Cristo vivo, risorto.

Avere il coraggio della passività. Ascoltare. Riconoscere che non siamo noi a portare qualcosa, ma che c’è qualcuno a portare noi. È difficile staccarsi dai propri idoli. Tirarsi fuori dalla processione e far crollare tutto. Ma è liberatorio. Non portare Dio in giro, ma ascoltarlo. La parte che ha scelto Maria, mentre Marta si affanna. Una sola cosa è necessaria. Ascoltami, popolo mio.

Gli idoli che abbiamo portato in giro noi ci sono importanti, preziosi, ci stanno a cuore, perché ci abbiamo messo fatica, denaro, tempo, pensiero, persino amore. Ma quando crolliamo noi, crollano anche loro. Gli abbiamo parlato, buttato addosso le nostre parole, le nostre preghiere, i nostri canti. Ma sono rimasti muti. Non parlano. Non c’è niente da ascoltare. Nessun sostegno, nessun sollievo, nessuna solidarietà.

Ascoltatemi, o casa di Giacobbe, voi tutti, residuo della casa d’Israele, voi di cui mi sono caricato dal giorno che nasceste, che siete stati portati fin dal seno materno! Fino alla vostra vecchiaia io sono, fino alla vostra canizie io vi porterò; io vi ho fatti e io vi sosterrò; sì, vi porterò e vi salverò.

Ecco, con queste tre parole la nostra vita non è votata al caso, ma accompagnata, guidata, sostenuta e sollevata: portare, ricordare, ascoltare. Con queste tre parole al centro ha un cuore: portare, ricordare, ascoltare. Un cuore, una coscienza viva, perché sono tre verbi d’azione, che non stanno fermi come delle statue, non sono pesi da portare, ma parole che si muovono, parole che portano, parole che sostengono, sollevano, curano, creano: portare, ricordare, ascoltare. Sono predicati. Di questi predicati abbiamo bisogno per non ricadere nell’idolatria dei pesi che riusciamo a portare.

Tre parole che ci fanno sentire il nostro Dio: che ci porta, ci ricorda e ci ascolta. In Cristo Gesù.

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  • Data: Maggio 11, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 46