Isaia 45, 8-13
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"«Cieli, stillate dall'alto; le nuvole facciano piovere la giustizia! Si apra la terra e sia feconda di salvezza; faccia germogliare la giustizia al tempo stesso. Io, il SIGNORE, creo tutto questo». Guai a colui che contesta il suo creatore, egli, rottame fra i rottami di vasi di terra! L'argilla dirà forse a colui che la forma: "Che fai?" L'opera tua potrà forse dire: "Egli non ha mani"? Guai a colui che dice a suo padre: "Perché generi?" e a sua madre: "Perché partorisci?"» Così parla il SIGNORE, il Santo d'Israele, colui che l'ha formato: «Voi m'interrogate circa le cose future! Mi date degli ordini circa i miei figli e circa l'opera delle mie mani! Io ho fatto la terra e ho creato l'uomo su di essa; io, con le mie mani, ho spiegato i cieli e comando tutto il loro esercito. Io ho suscitato Ciro, nella giustizia, e appianerò tutte le sue vie; egli ricostruirà la mia città e rimanderà liberi i miei esuli senza prezzo di riscatto e senza doni», dice il SIGNORE degli eserciti."

 

Predicazione tenuta mercoledì 27 aprile 2022
Testo della predicazione: Isaia 45, 8-13
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Care sorelle e cari fratelli,

Cieli, stillate dall’alto; le nuvole facciano piovere la giustizia! Si apra la terra e sia feconda di salvezza; faccia germogliare la giustizia al tempo stesso. Io, il Signore, creo tutto questo. Un canto. Un inno. Il profeta poeta conclude quanto affermato fin qui con un inno, con un canto.

Un capolavoro teologico: il Dio personale di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, che interviene nella vita dei suoi, il Dio nazionale, il Dio d’Israele che interviene nella vita del suo popolo, attraverso la crisi dell’esilio babilonese, è diventato il Dio di tutte le nazioni, il Dio di ogni essere umano, il Dio Creatore. Ora la giustizia piove, alla salvezza si apre la terra, la giustizia germoglia. Intervento storico e atto di creazione confluiscono in uno: Io, il Signore, creo tutto questo. Un tale capolavoro teologico non si può che cantare, esprimere con un inno, un inno di lode. Va al di là di ogni intelligenza, va al di là di ogni esperienza, al di là di ogni resistenza. La grande apertura della grazia di Dio, il grande abbraccio dell’amore di Dio. Questo è il canto del profeta poeta, l’inno dell’apostolo, la grande cantata di Bach! Così siamo diventati anche noi figli e figlie di Dio, grazie a quest’abbraccio, grazie a quest’apertura. Per questo siamo qui, per fare coro con il canto di lode del profeta poeta apostolo evangelista, per aprirci con tutta la terra e ricevere la pioggia della giustizia, essere fecondati dalla salvezza, perché possa germogliare, crescere, maturare, portare frutto, il seme della parola, del canto profetico e apostolico.

Cieli, stillate dall’alto; le nuvole facciano piovere la giustizia! Si apra la terra e sia feconda di salvezza; faccia germogliare la giustizia al tempo stesso. Io, il Signore, creo tutto questo.

Non appena finito il canto, l’incanto della parola di Dio che cantiamo con tutti i profeti, poeti, apostoli e angeli, sono guai. Infatti, il nostro testo procede così, con guai.

A qualcuno questo canto non è piaciuto. Il profeta se n’è accorto e risponde: guai. Al popolo in esilio in Babilonia, ai figli di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, ai figli d’Israele, questo canto poetico, profetico, apostolico, angelico, evangelico, non è piaciuto. Ecco, i guai: il canto dell’apertura della grazia, l’inno dell’abbraccio dell’amore, non piace. Sono anche i nostri guai. Come fa non piacere? Come si fa rifiutare un tale messaggio di grazie e di amore?

Forse proprio perché è un messaggio di grazia e non di regole con cui regolarsi, darsi una regolata, di precise prescrizioni da mettere in pratica. Forse proprio perché è un messaggio che va al di là, non tanto della nostra intelligenza, quanto al di là della nostra esperienza: questo Dio ci ha lasciati in balia di potenze straniere, adesso ha scelto uno straniero, Ciro, il Re della Persia, devoto allo stesso dio Marduk, a venire in nostro soccorso. Ha scelto Ciro, anzi, l’ha appena chiamato il suo unto, il suo Messia – non uno dei nostri, uno dei suoi, non un figlio di Abraamo, uno del suo popolo, non un figlio d’Israele, ma quello straniero, potente e pericoloso! Questo è inaccettabile! Un Dio che non è solo il nostro, ma di tutti! Un Dio che non è solo mio, ma di tutti! Il Dio che mi ama, mi ha scelto, che mi stima e agli occhi del quale sono prezioso, il Dio che mi detto tu sei mio, il Signore, il mio Dio, è anche il tuo, il Dio degli altri, il Dio di tutti, il Creatore del cielo e della terra?

Ecco l’origine dei guai. Non nascono da un messaggio negativo, ma da un messaggio positivo. Da un’apertura. Da un abbraccio. Dalla grazia. Dall’amore nascono i guai. E il cuore dei guai è la gelosia.

Il profeta non si ferma alla poesia dei cieli, il poeta non rimane incantato dal suo inno, l’apostolo evangelista non rimane incatenato alla sua cantata di Bach, ma scende nei guai, nella sfida dei guai umani, che vengono fuori, che emergono, alla luce del messaggio della grazia e dell’amore di Dio.

Guai a colui che contesta il suo Creatore, egli, rottame fra i rottami di vasi di terra! L’argilla dirà forse a colui che la forma: “Che fai?” L’opera tua potrà forse dire: “Egli non ha mani”? Guai a colui che dice a suo padre: “Perché generi?” e a sua madre: “Perché partorisci?”

Domande che conosciamo da Giobbe. Forse non del tutto retoriche. Perché di fatto la creatura chiede al suo Creatore: che fai? Di fatto i figli chiedono ai genitori: perché generi e perché partorisci? L’esilio babilonese era una crisi di fede, di identità, e certo di libertà. Un ‘900, con le sue guerre, le sue violenze, la sua contestazione sessantottina e il grande disincanto di ogni messaggio positivo.

Ora, un messaggio di grazia e di amore non riconosce la mia fatica e la mia sofferenza. E, soprattutto, mi rende geloso.

Il messaggio del Secondo Isaia mi riporta a essere un neonato appena partorito da Dio, mi riporta a essere argilla nelle mani di Dio, mi riporta alla sorgente, alla fonte. Inaccettabile per me che ho vissuto, lottato, sofferto. Con molta sofferenza sono riuscito ad arrivare fino al giorno d’oggi. Con fatica sono riuscito a prendere in mano la mia esistenza e a gestirla in qualche modo, forse anche a gestire la vita di fede, il rapporto con Dio. E ora mi sfugge di mano. Tutto mi sfugge di mano.

Così parla il Signore, il Santo d’Israele, colui che l’ha formato: «Voi m’interrogate circa le cose future! Mi date degli ordini circa i miei figli e circa l’opera delle mie mani!

Io ho fatto la terra e ho creato l’uomo su di essa; io, con le mie mani, ho spiegato i cieli e comando tutto il loro esercito.

Cioè Tu, non io. Non io, ma Tu! Irricevibile grazia, inaccettabile amore! E non solo mi sfuggi di mano come mio Dio, come Dio del mio popolo, garantito, testimoniato, rappresentato dalla mia nazione, da me stesso – sconfitto, umiliato davanti a tutti. E ora, anziché suscitare un Messia tra i nostri, ci dici: Io ho suscitato Ciro, nella giustizia, e appianerò tutte le sue vie; egli ricostruirà la mia città e rimanderà liberi i miei esuli senza prezzo di riscatto e senza doni. Appunto senza prezzo di riscatto e senza doni, cioè: gratuitamente. L’inaccettabile gratuità di Dio. L’irricevibile grazia di Dio.

I nostri guai sono la grazia e l’amore di Dio. Perché davanti a Dio ci trasformano in bambini appena nati, anzi, in argilla nelle sue mani.

Certo, questo ci libera dal voler essere uno più grande dell’altro, uno più forte, più intelligente, più bello e più buono dell’altro. Siamo solo bambini appena nati che gridano Abbà, Padre, Padre nostro che sei nei cieli…

Certo, questo ci dà una nuova prospettiva, una nuova speranza: siamo appena nati, la vita ci sta ancora davanti! Siamo solo argilla nelle sue mani, non siamo ancora quel che saremo. Possiamo ancora cambiare!

E certo, questo ci libera da ogni inutile gelosia. Dalla fissazione gli uni sugli altri, sulle mani degli uni e degli altri, sui progetti e sulle capacità degli uni e degli altri. Ci libera dalla fissazione, dall’idolatria dei nostri guai.

C’è di più interessante, di infinitamente più interessante, di immensamente più intrigante: le mani e il disegno di Dio, nella creazione e nella storia. Beh, certo, va ben al di là, ma anche più in profondità, come la pioggia, come la musica, come il canto del profeta poeta, come l’inno all’amore dell’apostolo.

Cieli, stillate dall’alto; le nuvole facciano piovere la giustizia! Si apra la terra e sia feconda di salvezza; faccia germogliare la giustizia al tempo stesso. Io, il Signore, creo tutto questo.

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  • Data: Aprile 27, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 45, 8-13