Isaia 44, 21-28 e 45, 1-7
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"«Ricòrdati di queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo; io ti ho formato, tu sei il mio servo, Israele, tu non sarai da me dimenticato. Io ho fatto sparire le tue trasgressioni come una densa nube, e i tuoi peccati, come una nuvola; torna a me, perché io ti ho riscattato». Cantate, o cieli, poiché il SIGNORE ha operato! Giubilate, o profondità della terra! Prorompete in grida di gioia, o montagne, o foreste con tutti gli alberi vostri! Poiché il SIGNORE ha riscattato Giacobbe e manifesta la sua gloria in Israele! Così parla il SIGNORE, il tuo redentore, colui che ti ha formato fin dal seno materno: Io sono il SIGNORE, che ha fatto tutte le cose; io solo ho  spiegato i cieli, ho disteso la terra, senza che vi fosse nessuno con me; io rendo vani i presagi degli impostori e rendo insensati gli indovini; io faccio indietreggiare i saggi e muto la loro scienza in follia; io confermo la parola del mio servo e realizzo le predizioni dei miei messaggeri; io dico di Gerusalemme: "Essa sarà abitata!" Delle città di Giuda dico: "Saranno ricostruite e io ne rialzerò le rovine". Io dico all'abisso: "Fatti asciutto. Io prosciugherò i tuoi fiumi!" Io dico di Ciro: "Egli è il mio pastore; egli adempirà tutta la mia volontà, dicendo a Gerusalemme: 'Sarai ricostruita!' e al tempio: 'Le tue fondamenta saranno gettate!'"»

Così parla il SIGNORE al suo unto, a Ciro, che io ho preso per la destra per atterrare davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui le porte, in modo che nessuna gli resti chiusa. «Io camminerò davanti a te, e appianerò i luoghi impervi; frantumerò le porte di bronzo, spezzerò le sbarre di ferro; io ti darò i tesori nascosti nelle tenebre, le ricchezze riposte in luoghi segreti, affinché tu riconosca che io sono il SIGNORE che ti chiama per nome,
il Dio d'Israele. Per amor di Giacobbe, mio servo, e d'Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho designato, sebbene non mi conoscessi. Io sono il SIGNORE, e non ce n'è alcun altro; fuori di me non c'è altro Dio! Io ti ho preparato, sebbene non mi conoscessi, perché da oriente a occidente si riconosca che non c'è altro Dio fuori di me. Io sono il SIGNORE, e non ce n'è alcun altro. Io formo la luce, creo le tenebre, do il benessere, creo l'avversità; io, il SIGNORE, sono colui che fa tutte queste cose.»"

 

Predicazione tenuta mercoledì 20 aprile 2022
Testo della predicazione: Isaia 44, 21-28 e 45, 1-7
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

io, il Signore sono colui che fa tutte queste cose. Cioè: non solo una parte, ma tutte queste cose. Non solo le cose buone, ma anche le cose avverse. Tutte. Io formo la luce, creo le tenebre, do il benessere, creo l’avversità.

Detto, scritto a un popolo che ha subìto l’invasione di una superpotenza che gli ha devastato il paese, distrutto il tempio e deportato buona parte della popolazione in Babilonia.

E, mentre leggiamo Isaia, mentre ci sforziamo a rileggere il Secondo Isaia oggi, si ripropone con forza lo stesso scenario ormai molto vicino, non solo da remoto ma quasi «in presenza».

Le stesse domande ci assalgono: Dio ci ha dimenticati? Dio non ha il controllo sulle forze del male? E si rischia di soccombere nella disperazione. Una bomba subdola, forse più efficace di quelle chimiche, biologiche e nucleari, è la disperazione.

Contro la disperazione si alza la voce del profeta e poeta della consolazione: consolate, consolate!

«Ricòrdati di queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo; io ti ho formato, tu sei il mio servo, Israele, tu non sarai da me dimenticato. Anche se non sei del tutto innocente, ma hai le tue responsabilità e le tue colpe: Io ho fatto sparire le tue trasgressioni come una densa nube, e i tuoi peccati come una nuvola; torna a me, perché io ti ho riscattato».

Ritornare a Dio, ricordando queste cose. Tutte queste cose, cioè non solo le cose buone, ma anche le avverse. Tutte. Che Dio ha formato sì la luce, ma che ha creato anche le tenebre. Che Dio ci ha sì dato il benessere, ma anche creato l’avversità. Ritornare a Dio, ricordando queste cose allora, e ritornare a Dio oggi, ricordando queste cose oggi. La stessa sfida teologica, esistenziale, allora come oggi, per non soccombere nella disperazione.

Ricordare, pensare tutte queste cose non è un lusso di chi non è direttamente coinvolto, ma fa parte della consolazione, del non soccombere nelle esperienze, nella realtà abissale della violenza, nelle forze devastanti della disperazione. E, anche se le persone direttamente coinvolte e stravolte dagli avvenimenti, non hanno la testa, il cuore liberi per ricordare e pensare, a maggior ragione, è responsabilità di chi gode di un certo distacco dalla tempesta, di offrire la possibilità di pensarla, di ricordarla. Fa anche parte dell’accoglienza, di non far perdere ai profughi e agli sradicati dalla violenza un rifugio ospitale in questo mondo, un riparo, almeno l’indicazione di una casa spirituale che regge nelle tempeste della vita, costruita, non sulla sabbia, ma sulla roccia della parola di Dio. Siamo appunto chiamati a consolare. A non crollare quando tutto crolla. Ma a stare in piedi come chiesa, profeticamente, poeticamente, teologicamente.

Nel pensare Dio, nel ricordare Dio e cercare di consolare di fronte agli avvenimenti distruttivi, oggi come allora, ci sono sostanzialmente due possibilità, due vie:

La prima vede la divinità totalmente dentro gli avvenimenti, in tutto ciò che succede. La seconda vede la divinità totalmente separata dagli avvenimenti, al di là di quel che succede.

Guardiamo la prima: Dio è dentro, in tutto ciò che avviene. Un Dio molto legato a noi e al nostro destino. Un Dio vicino. Nasce, vive e muore con noi. Un Dio legato al nostro popolo, alla nostra nazione, alla nostra cultura, alla nostra tradizione, alla nostra lingua. Una divinità popolare, nazionale, tradizionale, che parla la nostra lingua. Così era percepita la divinità nell’antico oriente.

Se poi arriva un popolo, una nazione più forte, una cultura, una tradizione superiore, che distrugge il tuo tempio, devasta il tuo paese e ti deporta nel suo paese, come una bestia più forte si porta la preda nella propria pancia, è chiaro che chi ha perso non sei solo tu, ma anche il tuo Dio. Marduk si è mostrato più forte del Dio d’Israele, se lo è mangiato, inghiottito, e quindi era anche più vero. Vincente diventa quasi sinonimo di vero.

Un pensiero arcaico, lontano dai nostri tempi? Beh, oggi non sono pochi che lasciano il loro Dio per delle esperienze avverse. Ma anche per motivi meno gravi: lasciando la propria casa, il proprio paese, trasferendosi in un’altra nazione, in un’altra cultura, cambiando lingua. In quel che chiamavamo secolarizzazione, ormai una vera scristianizzazione, non avviene la stessa cosa come allora, cioè che il nuovo culto, del denaro, della forza, della bellezza, dell’intelligenza, della propria bontà e carità, si mangia, inghiottisce il tuo Dio? E quant’è difficile per coloro che sono decisi a rimanere fedeli al proprio Dio guardare oltre alle proprie tradizioni, oltre alla propria lingua, oltre alla propria nazione e al proprio popolo – spesso solo oltre alla propria famiglia, anzi, oltre a sé stessi?

Ecco, questa è la prima possibilità di pensare, di vivere Dio, nella lotta contro la disperazione. Dio è dentro, in tutto ciò che avviene. Un Dio molto legato a noi e al nostro destino. Un Dio vicino. Così vicino che nel caso degli idoli entra proprio nella materia stessa, negli atomi della materia, nelle cellule dei corpi. Nasce, vive e muore con noi. Un pensiero molto umano, di un dio molto umano, molto alla mano, molto presente. Alla fine però vince sempre il più forte. Chi convince di più. Chi fa di più e meglio. Ne sappiamo qualcosa come minoranza religiosa in questo paese. Alla fine un gioco terribile che va a finire nella disperazione.

Allora guardiamo la seconda possibilità di pensare Dio, nata quasi a liberarsi, a emanciparsi da quel Dio totalmente dipendente dal nostro destino: Dio è al di là, al di sopra di tutto ciò che succede. Di fronte a certi avvenimenti, certe sofferenze e violenze, pare non ci sia altra possibilità di pensare e ricordare ancora Dio. Se non un Dio lontano, che al di là di tutto ciò che accade, in qualche modo è, nel senso: dovrebbe esserci. Sì, più come idea che come realtà, come utopia, sogno, promessa. Un Dio al di là dei confini popolari, nazionali, culturali, tradizionali, linguistici. Un Dio sempre possibile, al di là di quel che avviene. Un Dio ritenuto meno arcaico, più moderno, più adatto ai tempi. Un Dio che ha sempre ragione – per forza, se non si immischia. Ma certo, un Dio lontano, ma allo stesso tempo sempre presente, certo più da remoto che «in presenza». Un Dio sempre sospetto di eresia, perché gnostico, senza corpo, senza chiesa, senza la tradizione, senza la cultura, senza la lingua dei dominatori.

Immaginatevi una persona vittima di violenza. Un bambino picchiato dal padre, una donna violentata. Nella sua disperazione, fissa un punto nella soffitta o sulla parete per sognarsi via, per immaginarsi di non essere qui, ma altrove, al di là, senza corpo, come un mondo parallelo. Anche minoranze perseguitate reagiscono così alle violenze. Per poi essere accusati di avere delle fisse, appunto, di eresia.

Alla fine anche questa seconda possibilità di pensare Dio, lontano, al di là di tutto, si rivela una lotta disperata contro la disperazione, che non può che portare alla disperazione.

Il profeta poeta ha il coraggio di tentare una terza via, più difficile e tortuosa, ma appunto, senza scorciatoie: il Dio totalmente altro è totalmente dentro. Il Dio totalmente dentro gli avvenimenti del mondo è il totalmente altro, o meglio: il Creatore di tutto.

Così si presenta, parlando, con la sua parola, sempre rivolta a qualcuno: Io sono il Signore, che ha fatto tutte le cose. Cioè: da un lato il Creatore, al di là di ogni cosa, di tutti, al di là di ogni popolo, nazione, tradizione, cultura, lingua – e, allo stesso tempo Io sono il Signore, il primo comandamento, come mi sono fatto conoscere, come sono intervenuto, come liberatore nella storia, annientando i dominatori del mondo.

Cioè, quel Dio al di là di ogni cosa entra, penetra il mondo, ma a modo suo: il suo pastore può essere uno straniero come Ciro, il Re della Persia, e Dio sta sempre radicalmente dalla parte delle vittime della storia, relativizzando tutte le virtù e religioni dei dominatori di questo mondo: Io rendo vani i presagi degli impostori e rendo insensati gli indovini; io faccio indietreggiare i saggi e muto la loro scienza in follia.

Io confermo la parola del mio servo e realizzo le predizioni dei miei messaggeri. La predicazione! Con la parola entra questo Dio negli avvenimenti della storia. Una parola profetica, una parola poetica. Una parola che crea. Dal nulla. Questa parola di Dio non è solo rivolta ai suoi intenditori, esperti, a chi è cresciuto con lei. È rivolta direttamente anche a Ciro, fedele seguace dello stesso Marduk. Anche dall’abisso tira fuori qualcosa.

Certo, è pericoloso pensare Dio all’opera di parte, sostenendo un leader politico piuttosto di un altro. Non è né profetico né poetico predicare oggi che Putin o Biden siano, o l’uno o l’altro, il pastore del Signore. Infatti, l’unto di Isaia era passeggero e solo funzionale al ritorno e alla ricostruzione del tempio.

L’unto, cioè il Cristo sarà un altro. Il Dio Creatore stesso, sempre presente con la sua parola creatrice. Il nostro buon Pastore, quand’anche camminassimo nella valle dell’ombra della morte. Senza perderci in idee fisse o nei giochi di forza. Nel bene e nel male, camminando con lui. Passo per passo, parola per parola. Ogni giorno ha il suo affanno. Per ora non possiamo sapere. Un giorno, guardando indietro, sapremo sì. Ma per ora, vivere possiamo soltanto guardando e andando avanti. Seguendo colui che ci cammina davanti, che è sempre il Cristo, il Signore e non ce n’è alcun altro, la nostra unica consolazione in vita e in morte.

Dettagli
  • Data: Aprile 20, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 44, 21-28 e 45, 1-7