Isaia 41, 21-29
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"«Presentate la vostra causa», dice il Signore; «esponete le vostre ragioni», dice il re di Giacobbe. «Le espongano essi e ci dichiarino quel che avverrà. Le vostre predizioni di prima quali sono? Ditecele, perché possiamo porvi mente e riconoscerne il compimento; oppure fateci udire le cose future. Annunciateci quel che succederà più tardi e sapremo che siete degli dèi; sì, fate del bene o del male, affinché noi lo vediamo e lo consideriamo assieme. Ecco, voi siete niente, l’opera vostra non vale nulla. È una cosa abominevole scegliere voi! Io l’ho suscitato dal settentrione ed egli viene; dall’oriente, ed egli invoca il mio nome; egli calpesta i prìncipi come fango, come il vasaio che calca l’argilla. Chi ha annunciato questo fin dal principio perché lo sapessimo? Già da molto prima perché dicessimo: “È vero”? Nessuno l’ha annunciato, nessuno l’ha predetto, nessuno ha udito i vostri discorsi. Io per primo ho detto a Sion: “Guardate, eccoli!” A Gerusalemme ho inviato un messaggero di buone notizie. Io guardo, e non c’è nessuno; non c’è tra di loro nessuno che sappia dare un consiglio, che, se io lo interrogo, possa darmi risposta. Ecco, tutti quanti costoro non sono che vanità; le loro opere non sono nulla, i loro idoli non sono che vento e cose da niente."

 

Predicazione tenuta mercoledì 26 gennaio 2022
Testo della predicazione: Isaia 41, 21-29
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

presentate la vostra causa, dice il Signore; esponete le vostre ragioni, dice il re di Giacobbe. Riprendiamo il processo, il processo della vita, al quale siamo chiamati ad assistere come isole, esseri umani sparpagliati su tutta la terra. Riprendiamo questa udienza in cui abbiamo udito la causa del Signore, nostro Dio. Riprendiamo dopo quell’ultima seduta nella quale il discorso del Signore si era trasformato in una dichiarazione d’amore per il suo popolo eletto, chiamato fuori da tutte le isole, tutti i continenti del globo: ma tu, io sono con te, io ti aiuterò, io che sono il primo e sarò con gli ultimi. Il tuo Dio.

Ora riprendiamo il processo nel quale siamo chiamati a essere giudici fra Dio e gli dèi dei popoli, delle isole, potenzialmente anche del popolo di Dio, d’Israele, di noi. Ora presentate la vostra causa, dice il Signore; esponete le vostre ragioni, dice il re di Giacobbe. Non noi, noi siamo i giudici, i lettori e le lettrici di questo capitolo profetico; ma gli dèi stessi.

Gran finale del capitolo, gran finale del processo: Dio sfida la controparte, gli altri dèi al suo cospetto. Anzi, li attacca e, a parole, li annienta: Ecco, voi siete niente, l’opera vostra non vale nulla. Li chiama direttamente in causa, li sfida direttamente, li attacca e li annienta direttamente. Gli dèi al suo cospetto.

Ma poi Dio, il Signore, si mette anche nei panni nostri, e guarda, giudica, condanna questi dèi dal nostro punto di vista: Ecco, tutti quanti costoro non sono che vanità; le loro opere non sono nulla, i loro idoli non sono che vento e cose da niente. Ce li fa vedere – ecco – inconsistenti, vani, nulli, inesistenti. E ci mette, en passant, in guardia di non giudicare in loro favore, cosa che comporterebbe la nostra inconsistenza, il nostro andare dietro a vanità, il nostro dissolvimento. Ma ce lo dice solo indirettamente, parlando a loro, agli dèi, più come giudizio su di loro che su di noi, nel caso optassimo per loro: È una cosa abominevole scegliere voi!

Sì, alla fine, Dio si mette sempre nei panni di qualcuno. È più forte di lui. Dio è empatico. Alla fine, Dio si mette sempre nei panni nostri.

Il tema di quest’udienza è dunque: noi e le altre religioni. Cioè: noi cristiani e le altre religioni. O, se volete, noi cristiani protestanti e le altre religioni, mettendoci fra loro anche i fratelli e le sorelle cattolici e ortodossi, giusto perché si parla di idoli. Ecco, il tema è il così tanto invocato dialogo interreligioso, non ultimo dall’enciclica assai verbosa del papa «Fratelli tutti».

Individuato il tema attuale del dialogo interreligioso notiamo subito le differenze fra noi oggi e il tempo del profeta. Anzitutto nella forma: quello del profeta non è un dialogo, ma un processo, il processo della vita, il processo della vita e della morte, dell’essere o non essere.

Il dialogo, se così si può dire, per il profeta è un dialogo fra noi e Dio, che precede ogni altro dialogo fra noi umani.

Ma poi c’è stato un cambiamento di non poco conto anche nel contenuto: il nostro tema è «noi e le altre religioni», la nostra interreligiosità, il nostro essere fratelli più o meno tutti; mentre ai tempi di Deuteroisaia il tema è Dio e gli altri dèi; il tema non siamo noi, ma Dio; il tema non siamo noi, ma Dio e gli altri dèi. Il dialogo non è fra noi, ma tra Dio e gli altri dèi. Anzi, non il dialogo, il campo di battaglia è tra Dio e gli altri dèi, e non fra noi. È dunque perfettamente inutile che ci facciamo battaglia fra noi per questioni religiose!

Non è facile ritornare prima della svolta copernicana, a un mondo a cui centro è Dio, venendo da un mondo il cui ombelico è indubbiamente l’uomo. Ma dobbiamo fare questo passo. Cambiare la nostra vita e credere nell’evangelo, come diceva Gesù all’inizio della sua missione.

Se mettiamo al centro di tutto l’uomo, anzi, di tutti gli esseri umani, me stesso, dei testi biblici non capiamo nulla. L’esegesi, l’interpretazione sarebbero vane. E la nostra predicazione, la nostra fede, come diceva l’apostolo Paolo, sarebbero vane. I testi biblici, ma anche tutti i testi teologici fino alla Riforma protestante, non avevano al centro, nel loro cuore, l’uomo. Ma Dio. La Riforma protestante è l’ultimo baluardo in questo processo, in questa battaglia, a rimettere al centro Dio, la teologia, e non l’uomo, l’antropologia. La Riforma protestante è l’ultima a parlare di Dio e non dell’uomo, a parlare di Cristo e non del cristiano. Il suo tema è ancora Dio e gli altri dèi, e non: noi e le altre religioni. Il suo tema non è in primis che siamo tutti fratelli o fratelli tutti, ma che Dio è il Padre, che Dio è Dio, e noi siamo umani, solo umani, né santi né buoni.

Poi, dopo la scoperta riformatrice, la riscoperta dei testi biblici, la forza di mettere al centro di tutto l’essere umano era talmente forte che sono seguite le guerre religiose: appunto, la battaglia non era più fra Dio e gli altri dèi, ma uomini religiosi contro uomini religiosi.

Sì, c’è chi dice che sia stato il contrario: proprio la Riforma protestante apre finalmente all’uomo, alle esigenze umane di emancipazione, di autoaffermazione delle nazioni, dei principati, dei cantoni, degli individui. Che sia stata proprio la Riforma protestante ad aprire alla modernità che mette al centro di tutto prima la ragione e in seguito anche solo l’ombelico dell’uomo. Ma si sbaglia. Confonde la Riforma protestante con la Rivoluzione francese. Come uno che capita in questo processo senza aver letto gli atti, studiato le carte, ascoltato le cause.

La causa biblica è molto diversa dalle nostre cause attuali, si chiama «Dio e gli altri dèi», e solo in seconda battuta implica il rapporto con le altre religioni. Che siamo fratelli tutti, per Deuteroisaia, per Israele, è ovvio: gli altri, tutti gli altri, tutte le isole, tutte le creature sono parenti. Israele, la Bibbia ebraica, alla fine, non racconta altra storia che questa: siamo tutti parenti, fin dalla creazione del mondo. La questione di Dio non è una questione di bandiera, di tradizione, di appartenenza. La causa di Dio è una questione di verità.

Non una verità formale: invocare il Dio d’Israele è scientificamente, matematicamente corretto; invocare altri dèi è un errore matematico, scientifico. Non una verità formale, ma sostanziale, personale, di amore.

Vi faccio un esempio storico per distinguere queste due verità. Non a caso due processi: Galileo e Lutero.

Galileo, accusato da santa madre chiesa di aver tolto dal centro la terra e di averci messo il sole. Alla fine del processo rinuncia alla sua verità. La sua verità è scientifica. Intanto, prima o poi, la scoprirete anche voi.

Lutero, davanti alla chiesa e l’impero a Worms, intimato a ritrattare la sua verità, non rinuncia. Non può. Perché è pericoloso andare contro la coscienza governata dalla parola di Dio. La sua verità è una questione d’amore. Non può rinunciarci, senza perdere la sua anima, la sua vita.

Quest’esempio storico, questo paragone storico, ci può forse aiutare a capire meglio quel che ci vuole dire la parola profetica.

Isaia afferma che la differenza, il criterio che decide la battaglia fra Dio e gli dèi sta nella storia, nella verità storica, cioè se incidono o meno. Un dio è dio se incide nella storia, nella realtà. Se quel che dice lo fa anche. Ecco, il Dio vero è colui che fa quel che dice, che adempie quel che promette.

Per secoli, per bocca dei profeti, il Dio d’Israele aveva parlato del giudizio, della distruzione e deportazione in Babilonia. Poi, dopo tutti questi illustri profeti che hanno preceduto il nostro Deuteroisaia (tra cui anche il primo Isaia!), l’esilio babilonese c’è stato veramente. Ora, per mezzo del secondo Isaia, parla di salvezza, cioè del ritorno in patria, e anche questo avverrà, per mezzo del re della Persia, Ciro II.

Fin qui sarebbe una verità storica, scientifica, matematica. La verità di Galileo. Prima o poi la scoprirete anche voi, io vi ha soltanto preceduto nei tempi. Una verità che al momento non ci convince molto, noi giudici inquisitori lettori di antichi protocolli giudiziari ebraici biblici. Ma poi, un giorno, quando la scopriremo, la accetteremo come realtà sì, che però non è che ci scaldi i cuori più di tanto: aveva ragione, pazienza.

No, la verità del Dio di cui ci parla il profeta qui, anzi, di cui lascia parlare quel Dio stesso, è una verità personale, di amore. Incide personalmente nella tua vita: ma Tu, ti aveva prima interpellato e chiamato per nome aprendo non solo la sua causa, ma il suo cuore davanti a te. Chiarendo in tal modo che la sua causa è il suo cuore. Un Dio che si interessa a te, che ha cura di te, mettendosi nei panni tuoi. Un Dio empatico. Il Dio d’amore. Così, e solo così, incide nella storia.

Questo Dio non dipende da me. Dai miei sentimenti. Dalle mie esperienze. Dal bene o dal male che vivo. Questo Dio è con te ovunque tu sia, ovunque tu vada.

Come dice la scritta sul muro di una cantina della città di Colonia, rifugio antiaereo di alcuni ebrei durante la guerra: «Credo nel sole, anche quando non splende. Credo nell’amore, anche quando non lo sento. Credo in Dio, anche quando tace».

Questo Dio che non dipende da noi è colui che ci consola. I vari sedativi che ci costruiamo per tirare in qualche modo avanti sono gli altri dèi che alla fine non hanno più niente da dire e spariscono nel nulla. Alla fine del processo.

Restano parole del Dio d’amore che non riusciremo più a dimenticare. Mai più. Parole di un Dio capace di mettersi nei panni altrui, capace di empatia. Questo ha fatto in Cristo Gesù. Perciò possiamo fidarci di lui. Facendo altrettanto con tutte le persone, tutte le isole, tutte le sue amate creature. La battaglia avviene fra Dio e gli altri dèi. A noi resta solo l’empatia, l’ascolto. L’ascolto empatico. L’amore di Dio. Che è anche in mezzo a noi per mezzo di Gesù Cristo. E ciò cambia veramente la nostra vita e fa sì che la nostra fatica non è vana. In Cristo.

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  • Data: Gennaio 26, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 41, 21-29