Isaia 41, 1-7
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"«Isole, fate silenzio davanti a me! Riprendano nuove forze i popoli, si accostino e poi parlino! Veniamo assieme in giudizio! Chi ha suscitato dall'oriente colui che la giustizia chiama sui suoi passi? Egli dà in sua balìa le nazioni e lo fa dominare sui re; egli riduce la loro spada in polvere e il loro arco come pula portata via dal vento. Egli li insegue e passa in trionfo per una via che i suoi piedi non hanno mai calcato. Chi ha operato, chi ha fatto questo? Colui che fin dal principio ha chiamato le generazioni alla vita. Io, il SIGNORE, sono il primo; io sarò con gli ultimi». Le isole lo vedono e sono prese da paura; le estremità della terra tremano. Essi si avvicinano, arrivano! Si aiutano a vicenda; ognuno dice al suo fratello: «Coraggio!» Il fabbro incoraggia l'orafo; chi usa il martello per levigare incoraggia colui che batte l'incudine, e dice della saldatura: «È buona!» Egli fissa l'idolo con dei chiodi, perché non si smuova."

 

Predicazione tenuta mercoledì 12 gennaio 2022
Testo della predicazione: Isaia 41, 1-7
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

al capitolo 41 il profeta, che è anche un poeta, ha dato la forma letteraria di un processo. Qui siamo al tribunale, davanti a un giudice. Ma il giudice non è Dio. Dio è parte in causa. Dio è sceso al nostro livello, come parte in causa. Dio è sotto processo, anzi, Dio si è messo sotto processo. Dopo la catastrofe dell’esilio babilonese, Dio è sotto processo. E noi siamo nella posizione di giudici, chiamati in causa per giudicare. Certo, il capitolo 41 è solo una parte di un processo. Parla solo Dio: Dio mette la sua causa davanti a noi. La nostra causa è un altro capitolo. Anzi, è la nostra vita. Qui ascoltiamo la causa di Dio, nel processo della vita.

In effetti, la vita assomiglia a un processo. Procede. Conosce delle procedure. Ci accusiamo. Ci difendiamo. Giudichiamo. Perché ci giudichiamo gli uni gli altri? Perché giudichiamo gli altri? Perché giudichiamo noi stessi? Perché giudichiamo Dio? Viviamo tutta la nostra vita davanti a un giudice invisibile: il giudizio degli altri, il giudizio di noi stessi, il giudizio di Dio. Viviamo «davanti a». Davanti agli altri. Davanti a noi stessi. Davanti a Dio. Ecco la grande distinzione teologica della vita: coram mundo, davanti al mondo, e coram Deo, davanti a Dio. Il nostro uomo esteriore (come lo chiama l’apostolo Paolo) davanti al mondo, e il nostro uomo interiore davanti a Dio. Quello esteriore si va disfacendo, e quello interiore, davanti a Dio, si rinnova di giorno in giorno (cfr. II Corinzi 4,16).

La vita è un processo, il processo della vita: sempre cerchiamo giustificazioni, anche se nessuno ce le chiede. Anche se siamo da soli, ci sentiamo in dovere di giustificarci, costretti ad autogiustificarci: davanti a chi?

Dopo una brutta esperienza come quella dell’esilio babilonese questa caratteristica giuridica, forense, della nostra vita emerge con forza. Viviamo le esperienze negative come un giudizio negativo. Viviamo le esperienze traumatiche come una condanna. In fondo tutta la vita, dopo il trauma della nascita, la viviamo condannati a morte.

Ed ecco il profeta del consolate, consolate!, il poeta della consolazione, a raggiungerci in quel tribunale, nel pieno del processo della vita, a parlarci di un Dio che non rimane al di sopra delle parti, in alto come un giudice, ma che scende in mezzo a questo processo, come parte in causa. Il profeta ci parla di un Dio sotto processo, sott’accusa: non ci ha aiutati, gli altri dèi si sono mostrati più forti, vincenti. Anzi, non ci parla di questo Dio, ma lascia parlare Dio, esporre la sua causa davanti al nostro giudizio.

Isole, fate silenzio davanti a me! Riprendano nuove forze i popoli, si accostino e poi parlino! Veniamo assieme in giudizio!

Siamo tra queste isole. Le nazioni più lontane. Oggi diremmo «continenti». Tutto il mondo è chiamato in questo processo. Qui nasce l’idea di mondo. L’esilio babilonese, la crisi, lo scontro con quell’altra cultura, con quegli altri dèi, ha aperto a quel piccolo popolo di Dio la percezione del mondo. Il secondo Isaia diventa il profeta del mondo, dell’universo. Tutte le nazioni sono citate in giudizio. Il Dio d’Israele diventa il Dio universale, il Creatore dei cieli e della terra.

Anche noi, il suo popolo, siamo inizialmente, in questi preliminari del processo, compresi fra quelle isole, creature in mezzo a tutte le altre creature. Chiamati, insieme a tutto il mondo, a fare silenzio davanti me, silenzio davanti a Dio. Chiamati ad ascoltare. Sempre anzitutto ascoltare. Un punto davvero universale: ascoltare. Forse il punto, l’unico punto universale: ascoltare. Quando ascoltiamo siamo insieme. Quando parliamo ci dividiamo. Nell’ascolto veniamo assieme in giudizio. Nell’ascolto riprendiamo nuove forze insieme ai popoli, ci accostiamo, ci uniamo. E poi parlino. Solo poi parliamo anche noi. Dopo aver ascoltato. Ascoltato la causa di Dio. Del Dio del piccolo popolo Israele. Del Dio dei piccoli, vinti, sconfitti dalla storia, dalla storia dominata dagli altri dèi. Siamo chiamati ad ascoltare, ascoltare, ascoltare, e poi parlare, decidere in favore di questo Dio che ci parla o degli altri dèi.

Il discorso della causa di Dio in una sola volta si farebbe troppo lungo. Oggi sentiamo la prima parte, rivolta alle isole, a tutti i popoli, tutte le nazioni, tutti gli esseri umani insieme. Sì, siamo isole, sempre più isolati, sempre più dispersi, disparati, divisi, disperati. Mercoledì prossimo interpellerà personalmente il suo popolo, il suo servo Israele (41,8-20); e il mercoledì successivo rivolgerà la parola della sua causa direttamente agli altri dèi (41,21-29).

Allora, isole: Chi ha suscitato dall’oriente colui che la giustizia chiama sui suoi passi? Egli dà in balia le nazioni e lo fa dominare sui re; egli riduce la loro spada in polvere e il loro arco come pula portata via dal vento. Egli li insegue e passa in trionfo per una via che i suoi piedi non hanno mai calcato. Chi ha operato, chi ha fatto questo?

Ci pone delle domande: chi? Tre volte chi? Domande retoriche. Parla di sé stesso. Del suo intervento nella storia. Una questione delicata: Israele, dopo l’esperienza dell’esilio babilonese, aveva dei seri dubbi sulla capacità e la volontà di Dio di intervenire nella storia. Noi oggi, abituati al metodo storico, spieghiamo tutto storicamente, umanamente, se volete esteriormente. Eppure, per chi crede in Dio, Dio è e rimane sempre il Signore della storia. Prendete l’esempio della storia valdese: perché, dopo tutte le persecuzioni, tutti i tentativi di cancellare il nostro nome dalla terra, perché ci siamo ancora? Lo storico dice: perché quando, nel 1689, ritornarono nelle loro valli dall’esilio in Svizzera, l’alleanza tra i francesi e i piemontesi, che li aveva letteralmente schiacciati fra loro, si spezzò; i piemontesi andarono con gli imperiali, e dunque faceva comodo a entrambi avere in mezzo quel popolino dell’«Israele delle Alpi». Un valdese invece che crede in Dio, alla domanda: perché sono sopravvissuti i valdesi? non esiterebbe a dare la risposta: «per la sola grazia di Dio»; e celebra il 17 Febbraio 1848 come ringraziamento al Signore della storia per la liberazione.

Certo, per identificare un evento storico con l’intervento di Dio nella storia bisogna essere molto, ma molto molto prudenti. Non tutti siamo profeti e poeti come Deuteroisaia.

Ma qual è l’intervento di cui parla? Come interviene Dio nella storia di allora? Dio ha suscitato Ciro II, re della Persia, che batterà, anzi, ha già iniziato a colpire fortemente Babilonia. Storicamente e politicamente Deuteroisaia avrà ragione, le cose andranno così, appunto, storicamente e politicamente. Si vede che il nostro profeta e poeta si intende anche di politica e di storia.

Quest’evento di Ciro comporterà il ritorno d’Israele in patria e la ricostruzione del tempio di Gerusalemme. In questo il cuore credente del profeta non può che vedere il dito, anzi la mano del suo Dio, del Signore della storia stesso, all’opera. Nella sua mano lo strumento è Ciro, di cui canterà ancora, qualche capitolo più avanti.

Chi ha operato, chi ha fatto questo? Certo, possiamo dare risposte diverse. Ma Dio precede ogni nostra risposta con la sua: Colui che fin dal principio ha chiamato le generazioni alla vita, cioè il Dio universale, il Creatore dei cieli e della terra. Non un dio di parte, di una nazione, di un popolo soltanto. Ma il Dio che tiene in mano il mondo intero e chiama in giudizio le nazioni di tutti i continenti.

Noi ascoltiamo insieme a loro la causa di Dio. Poi quando parleremo noi, quando noi dobbiamo esporre la nostra causa, nella nostra vita e con la nostra vita risponderemo, o da storici o da credenti, alla triplice domanda: chi?

Ma ora, nel bel mezzo di questo processo, c’è un colpo di scena: Io, il Signore, sono il primo; io sarò con gli ultimi.

Dio non parla più di sé stesso, ma dice: Io. Ora stiamo davanti a lui. Davanti a quell’Io del nostro Dio. Che si presenta per quel che è: Io, il Signore, sono il primo; io sarò con gli ultimi.

Una frase, una parola, di una bellezza unica. In mezzo al processo della vita, una parola che contiene tutta la teologia, il senso della teologia, di Dio stesso, in sé: anzitutto, teologia non è un parlare di Dio, ma Dio parla; e poi, quel che dice: se non è il primo, prima di ogni altra cosa, che va oltre, al di là, il trascendente, non è nemmeno con gli ultimi, non consola. Viceversa, se non è con gli ultimi, non sarà mai il primo, e non consola. Ecco, una parola contiene tutta la vita in sé, una parola che non dimenticherai mai più: Io, il Signore, sono il primo; io sarò con gli ultimi. Una frase che va oltre la situazione, oltre la storia, oltre il processo; una parola che resta con te anche quando il processo sarà finito: Io, il Signore, sono il primo; io sarò con gli ultimi. Il modo di Dio di intervenire nella storia: con la sua parola, con il suo Io rivolto direttamente, personalmente a te; con il suo essere con, l’esserci per gli ultimi della storia, di ogni storia, sempre e ovunque, care isole. Una frase, una parola che consola: ristabilisce la priorità, il primo comandamento, ciò che va oltre, va al di là di ogni cosa, ogni sofferenza, ogni paura, ogni preoccupazione, ogni idea, ogni idolo, ogni dio fatto dalla mano d’uomo: Io, il Signore, sono il primo. Una frase, una parola, sempre di parte, sempre dalla parte degli sconfitti, oppressi, vinti della storia: io sarò con gli ultimi. Una parola che crea, che crea vita, dal nulla: Io, il Signore, sono il primo; io sarò con gli ultimi. Una consolazione, appunto, e non un sedativo: fosse solo il primo, sarebbe un sedativo; fosse solo con gli ultimi, sarebbe un sedativo; ma, essendo il primo con gli ultimi, è consolazione.

Ma qual è la reazione delle isole a questa parola di Dio?

Le isole lo vedono e sono prese da paura; le estremità della terra tremano. La paura. Il dio, la dea più forte: la paura. Io, la Paura, sono la prima e sarò sempre con gli ultimi! Siamo guidati, governati dalla paura. La paura è la signora della storia. È la paura che interviene nella storia, eccome! È la paura che ci fa andare avanti. Essi si avvicinano, arrivano!

È la paura che ci unisce, ci rende complici, anche in un simpatico mutuo soccorso, perché appunto tutti abbiamo paura: si aiutano a vicenda; ognuno dice al suo fratello: «Coraggio!» Il fabbro incoraggia l’orafo; chi usa il martello per levigare incoraggia colui che batte l’incudine, e dice della saldatura: «È buona!»

Ed ecco la differenza tra la consolazione e il sedativo. Il sedativo è dettato dalla paura, i nostri dèi, le nostre priorità ci inchiodano letteralmente sui nostri idoli: egli fissa l’idolo con dei chiodi, perché non si muova. Siamo paurosamente inchiodati, attaccati alle nostre fisse.

Talvolta è una sola parola che ci stacca dalla schiavitù della paura, una sola parola che ci tira fuori da una vita dominata dal giudizio, dal giudicarci gli uni gli altri, dal doverci sempre giustificare, una sola parola che ci salva da una vita vissuta come un processo, come una condanna, e una condanna a morte

Una sola parola che vale di essere veramente ascoltata, una sola parola a cui aggrapparsi, attaccarsi, appiccicarsi, la nostra prima parola, la nostra priorità, prima di ogni paura. Una parola, non nostra, ma sempre rivolta a noi: Io, il Signore, sono il primo; io sarò con gli ultimi. Cioè: Gesù Cristo.

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  • Data: Gennaio 12, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 41, 1-7