Isaia 40, 27-31
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"Perché dici tu, Giacobbe, e perché parli così, Israele: «La mia via è occulta al SIGNORE e al mio diritto non bada il mio Dio»? Non lo sai tu? Non l'hai mai udito? Il SIGNORE è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della terra; egli non si affatica e non si stanca; la sua intelligenza è imperscrutabile. Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato. I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel SIGNORE acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano."

 

Predicazione tenuta mercoledì 15 dicembre 2021
Testo della predicazione: Isaia 40, 27-31
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

ecco il gran finale del primo capitolo del secondo Isaia, Deuteroisaia, come lo chiamiamo, l’«evangelista» tra i profeti della Bibbia ebraica, come ci piace chiamarlo prima di Natale (ma anche prima di Pasqua!), il gran finale del capitolo 40 che introduce in questo rotolo della consolazione, questo libro del consolate, consolate! Dopo il prologo siamo la volta scorsa capitati in un vero e proprio colloquio pastorale. Qualcuno lo chiama una «disputa». Sì, formalmente una disputa, ma una disputa di consolazione. E un colloquio pastorale è una tale disputa teologica, ma appunto con l’obiettivo, la prospettiva della consolazione, una disputa intonata sulle note consolate, consolate il mio popolo!

Che un incontro pastorale di cura d’anime possa diventare una vera lotta ci è un pensiero forse un po’ estraneo. Ha sbagliato il pastore o il visitatore, non era sensibile, empatico, ha mancato di tatto. Forse. Ma alle volte sono i contenuti stessi che accendono gli animi, e trasformano una conversazione in una disputa, in una lotta. Certo, se il profeta annuncia il giudizio, è facile che questo avvenga. Ma ora, Deuteroisaia ti porta la buona notizia del ritorno dalla schiavitù, dall’oppressione dell’esilio in Babilonia a casa, nella terra promessa. È talvolta più difficile annunciare la buona notizia. La buona notizia accende ancora di più gli animi, più di quella del giudizio. La parola di Gesù ci giunge per mezzo della sua prima parola: beati! Prova a dirlo a qualcuno. Ti risponderà: «eh, beato te che non lavori!», «beato te che hai il tempo di sparare quelle belle parole!», «Io beato? Io ho sempre lavorato, fatto tanti sacrifici, a me non è mai stato regalato niente». Prova a portare una consolazione a una persona sconsolata. Prova a portare il messaggio di Natale: vi è nato un figlio! a una persona che ha perso uno o più figli. No, non è solo il profeta del giudizio, ma anche il profeta della buona notizia che schianta. E, in più, è sempre sospetto di essere un falso profeta, di prendersi gioco di te, di approfittare della tua situazione, di guadagnare sulla tua miseria.

L’evangelista Isaia deve portare consolazione a un popolo sconsolato. Deve portare la bona notizia a chi, da tanti anni, ha masticato solo cattive notizie.

Rientriamo nella lotta teologica di questo colloquio pastorale. Tre erano gli anticorpi contro la buona notizia, contro la consolazione, contro ogni speranza. Le nazioni come la Babilonia sono più forti di noi, la loro politica e la loro cultura ci mangia come antipasto e i loro dèi sono superiori al nostro Dio, sono di più, più concreti, più vicini, più alla mano.

Ora, al quarto e ultimo tentativo in questo primo colloquio, anche Isaia diventa più concreto, chiama per la prima volta il suo popolo per il suo vero nome: Perché dici tu, Giacobbe, e perché parli così, Israele? Come se ora ti guardasse negli occhi.

E, sempre per la prima volta, non ci dobbiamo immaginare che cosa abbiano detto questi esuli, ma il profeta li cita direttamente: Perché dici tu, Giacobbe, e perché parli così, Israele: «La mia via è occulta al Signore e al mio diritto non bada il mio Dio»?

Cioè – e questa è l’alta scuola della cura d’anime: non bisogna mai giudicare, entrare con la gamba tesa, ma semplicemente riformulare quel che dice il tuo interlocutore, ridirlo con le parole proprie: cosa che gli ritorna molto utile (spesso non accetta nemmeno questa riformulazione delle proprie parole): La mia via è occulta al Signore, cioè il Signore non ha riguardi per me, non si interessa a me, non mi vede neanche; al mio diritto non bada il mio Dio, cioè non gli importa del mio destino, non interviene, non è che non mi può aiutare, perché inferiore agli altri dèi, ma peggio: non mi vuole aiutare!

E il profeta risponde, cioè domanda: perché dici, perché parli così? Non è solo la lingua di un singolo, ma del popolo, dei suoi salmi di lamentazione, la musica minore dell’esilio, le lamentazioni. Abbiamo tanti salmi nel salterio e, anzi, un intero libro nella nostra Bibbia. In questo concerto delle lamentazioni, ora irrompe il profeta, non delle sciagure, ma della buona notizia. Con la domanda: perché dici, perché parli così?

A questa domanda l’interlocutore dovrebbe raccontare tutta la sua storia, tutto il suo dramma, ripassare per le sue esperienze traumatiche, riaprire le ferite. Non lo farà. Preferisce probabilmente chiudersi e rispondere: «non lo so». Isaia continua proprio su questa ipotesi: Non lo sai tu? Non l’hai mai udito? Che suscita una curiosità, forse si riapre l’interpellato. Se non la mia storia, la mia esperienza, il mio trauma… che cosa al suo posto? E Isaia rammenta passaggi di altri salmi, non di lamentazione, ma di lode che sono persino più numerosi nel nostro salterio: Il Signore è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della terra… e si mette a cantare, in mezzo al concerto delle lamentazioni, un salmo di lode, in mezzo al suo popolo sconcertato canta al Signore un cantico nuovo.

Ma su un tema. Non semplicemente la lode contro le lamentazioni, il bene contro il male. No, su un tema, il tema che Isaia pensa sia il vero tema, il vero perché del suo interlocutore, del suo popolo. E il tema è la stanchezza.

Dio non si affatica e non si stanca; la sua intelligenza è imperscrutabile. Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato. I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.

Non è forse anche il nostro tema? Il vero tema della nostra vita, della nostra fatica, del duro «mestiere di vivere» (Cesare Pavese)? La consolazione di Isaia non è una dogmatica eterna da ripetere sempre e ovunque, ma un messaggio portato con coraggio in una situazione, a delle persone immerse in una situazione. Il profeta la vede, la interpreta come una situazione di stanchezza.

La nostra situazione attuale di pandemia senza fine non è proprio questa? Stanchezza. Sì, tanta, tanta stanchezza. Sì, forse è questa la parola in cui ci ritroviamo ora tutti, non quella che leggiamo noi, ma la parola che legge noi. Oggi. Stanchezza.

Penso alla stanchezza di chi è passato per la malattia, per la terapia intensiva. Penso a coloro che hanno perso una cara persona, e ora sono costretti a compiere il lavoro più faticoso al mondo, quello di elaborare il lutto. Nulla stanca di più che la solitudine che ci lascia soli con tutto ciò che dobbiamo ancora elaborare. Poi c’è la stanchezza anche dei più forti, di chi deve lavorare più del solito, del personale sanitario e tutti quelli che in qualche modo devono tirare avanti contro la mano di un avversario, contro la casa di schiavitù di un avversario più forte. Un piccolo invisibile virus è la ragione di tanta stanchezza!

Ma la ragione, il vero perché della stanchezza di cui ci parla il profeta è teologico, cioè l’idolatria. L’idolatria è il vero perché della nostra stanchezza. L’idolatria stanca, perché l’idolo è il dio che portiamo noi. Mentre il vero Dio è colui che porta noi, senza stancarsi e senza stancarci.

Stiamo vivendo l’idolatria di un virus: non siamo più liberi, sempre dobbiamo pensare al virus, parlare del virus, fare come il Covid-19 comanda. Egli è l’assoluta priorità, il primo comandamento di un nuovo decalogo. E non possiamo fare altrimenti.

Questo non ci porta su piste fuorvianti no-vax, ma ci fa capire che l’idolatria non è solo una scelta sbagliata, ma fa parte della nostra natura, è la ragione delle nostre ragioni. Se siamo preoccupati, la Preoccupazione comanda sui nostri pensieri. Se abbiamo paura, la Paura detta le nostre parole. Se siamo malati, la Malattia non ci permette di fare altro che Ella ci impone. Così anche un lutto, un ricordo amaro, un conflitto: dettano il decalogo della nostra vita. Diventano altri dèi nel suo cospetto. E non possiamo fare altrimenti. La stanchezza è uno di questi invincibili e spesso inevitabili idoli che ci fanno fare cose che non avremmo mai voluto fare, ma è più forte di noi. Quante volte dobbiamo dire: «Scusa, ma sono stanco». Qualche volta potrebbe essere troppo tardi.

Sì, c’è chi si stanca meno degli altri. Ci aiuta, ci risveglia, ci dà nuova energia: «andrà tutto bene! ce la faremo!». Ma, prima o poi, anche i più forti si stancano. Inutile costruire una speranza o una chiesa su presunti santi instancabili, inutile creare il culto della creatura per fare a meno del Creatore. E qui, sì, possiamo fare altrimenti.

Ora sentiamo forse la consolazione per questi tempi: non basta il sedativo dei più forti e ottimisti: «che vada bene», ma ci vuole una parola potente, una predicazione che proclama chi è il Signore della nostra vita, la nostra unica consolazione in vita e in morte. Questa parola, anzi questo cantico nuovo, questo «Gesù rimane la mia gioia» (J. S. Bach) ci libera dal peso dell’idolo stancante, e ci dà leggerezza in mezzo alla gravità. Nuove forze, nuove risorse non le troviamo nel mondo o in noi stessi. Lì troviamo solo nuove forme di stanchezza.

Una volta diagnosticata la nostra malattia possiamo anche accettare la cura. Una volta smascherati i nostri idoli non possiamo che arrenderci alla verità, all’amore del cantico nuovo di questa parola: I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.

Dettagli
  • Data: Dicembre 15, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 40, 27-31