Isaia 40, 1-11
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"Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del SIGNORE il doppio per tutti i suoi peccati. La voce di uno grida: «Preparate nel deserto la via del SIGNORE, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio! Ogni valle sia colmata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati, i luoghi accidentati diventino pianeggianti. Allora la gloria del SIGNORE sarà rivelata, e tutti, allo stesso tempo, la vedranno; perché la bocca del SIGNORE l'ha detto». Una voce dice: «Grida!» E si risponde: «Che griderò?» «Grida che ogni carne è come l'erba e che tutta la sua grazia è come il fiore del campo. L'erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio del SIGNORE vi passa sopra; certo, il popolo è come l'erba. L'erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre». Tu che porti la buona notizia a Sion, sali sopra un alto monte! Tu che porti la buona notizia a Gerusalemme, alza forte la voce! Alzala, non temere! Di' alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio!» Ecco il Signore, DIO, viene con potenza, con il suo braccio egli domina. Ecco, il suo salario è con lui, la sua ricompensa lo precede. Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano."

 

Predicazione tenuta mercoledì 1° dicembre 2021
Testo della predicazione: Isaia 40, 1-11
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

consolate! Anzi, due volte: consolate, consolate! C’è un’urgenza, l’urgenza di consolare. Dice Dio. Così urgente che è diventato il messaggio del profeta in una sola parola, anzi, due: consolate, consolate! Non si consola con una parola, bisogna insistere, ritornare, rimanere, accompagnare, altrimenti non si consola nessuno.

Consolare non è un sedativo. Ne conosciamo tanti di quei sedativi, si nascondono in tutto quello che facciamo, sì forse non facciamo altro che sedare, spacciando questi nostri sedativi per consolazione. Talvolta anche la chiesa viene ridotta a un tale sedativo. Talvolta anche la musica viene ridotta a un tale sedativo. No, consolare non è una canzoncina, non è una «buona parola» e men che meno le famose «due parole» delle nostre raccomandazioni.

La parola ebraica niham non è una «consolazione», come la intendiamo talvolta noi. Ma un intervento d’aiuto efficace. Un soccorso di riparazione, nella forma grammaticale del perfetto: è già avvenuto, ora, nell’atto del consolare viene solo (be’, «solo»?) comunicato, condiviso. Il soggetto di questo consolare, di questo niham, è sempre Dio. Dio consola, perché è intervenuto, già intervenuto.

Ecco, il perché della consolazione: il tempo della schiavitù è compiuto e il debito della sua iniquità è pagato. La schiavitù di cui parla è quella imposta dopo una guerra persa, il giogo imposto da parte dei vincitori. È la stessa parola zaba da cui zebaoth, gli eserciti, il Signore degli eserciti, il coro degli angeli che cantano la gloria a Dio e la pace in terra. Giobbe usa questa parola quando paragona l’esistenza umana a un servizio militare, una schiavitù imposta.

Al popolo di Dio è stato imposto l’esilio in Babilonia. Distruzione delle loro case, delle loro terre, del tempio, deportazione nel paese del vincitore. Abbiamo perso tutto. Ma ha perso anche il nostro Dio, perso contro gli altri dèi, che si sono mostrati più forti. Se Dio ha perso, allora noi abbiamo perso o stiamo perdendo Dio. L’emergenza non è solo materiale, quella, alla fine, ci raccontano gli storici dei settant’anni di esilio in Babilonia, era meno gravosa di quel che si potrebbe pensare. No, quel che pesa di più, è l’emergenza spirituale: una fede stancata, diventata tiepida, la fiducia venuta meno, un popolo sfiduciato, diventato diffidente. Si abbandona, si perde in un qualunquismo, menefreghismo, vittimismo e cinismo. Una storia che non vi devo raccontare, la conoscete. La pandemia, per la musica e per le chiese, è un vero e proprio esilio babilonese, per tutti coloro che tengono alla comunione, alla condivisone, ai cori degli eserciti celesti, per dare gloria a Dio e predicare la pace in terra.

In questa situazione è ovvio che si deve consolare, anche due volte consolare. Nella situazione di emergenza emerge il grido consolate. consolate!, è naturale. Non ci vuole la parola di Dio, ci arriviamo da soli, naturalmente. Ma ogni nostro consolare naturale non è che un sedativo. Ecco, la consolazione è intervento efficace o non è altro che sedativo. Un profeta che predica la consolazione è sospetto di essere un falso profeta, appunto uno che vuole sedare il popolo quale utile servo dei poteri forti del mondo. Ma ora c’è una realtà nuova. Ora c’è il perdono di Dio. Israele aveva ricevuto il doppio per tutti i suoi peccati, ora non riceve una, ma una doppia consolazione: consolate, consolate! Ora. Non c’è tempo da perdere. Ora che è cambiato il cuore di Dio, Dio parla al cuore di Gerusalemme. La formulazione è la stessa della scena finale della novella di Giuseppe e i suoi fratelli. Giuseppe li aveva perdonati, e perciò li può consolare, parlando al loro cuore: Non temete. La consolazione di cui parla la Bibbia non è mai un sedativo, ma riconciliazione, perdono, che costa delle lacrime, vere.

La consolazione è radicata nel cambiamento in Dio, nel perdono di Dio. Da sottolineare in questo doppio grido di consolazione è che lo dice il vostro Dio, il nostro Dio, e che lo dice al mio popolo, al suo popolo. Il fondamento della consolazione è il patto, il patto di Dio con il suo popolo, ricordato in questo momento storico, ora. L’esercito celeste del coro degli angeli deve partire adesso, l’ora dopo potrebbe essere troppo tardi.

Consolate, consolate! sono l’intonazione, l’altolà di tutto ciò che segue, dei prossimi quindici capitoli del rotolo di Isaia che ci accompagneranno da oggi in poi, ogni mercoledì sera. Consolate, consolate! sono le parole che lo srotolano, lo spiegano nel nostro cuore, sì, vogliono cambiare i nostri cuori: non viviamo per sedare, ma per consolare.

Oggi abbiamo letto solo i primi undici versetti del primo capitolo. Il prologo di tutto quel che segue. Il prologo, come quello del vangelo secondo Giovanni: Nel principio era la Parola… e la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra noi (Giovanni 1,1-18). Come la prima parte del primo capitolo del vangelo, anche questo prologo concentra tutto quel che segue in un solo punto: consolate! anzi due: consolate, consolate!, anticipa, fa convergere in grandi linee tutte le linee estese sui prossimi quindici capitoli, in forma appunto concentrata, allusiva. Anche nel prologo stesso, tutto dipende da, esplicita, spiega le parole iniziali: consolate, consolate! A questo grido iniziale, principale, fondamentale, radicale, seguono ora tre altre grida: Preparate la via! Predica! e Alza la tua voce!

Tre, in tutto quattro grida. Una catena di comandi, come appunto l’ora di partenza di un esercito. Il comandante grida più volte fino a che anche l’ultimo fante della truppa si mette in movimento, fino a che ogni singola voce del coro celeste si mette anch’essa a cantare, bene. Andiamo per ordine, seguendo l’armonia del testo stesso:

Preparate la via! È la voce di uno. Di uno degli dèi? Di un consiglio, di un’assemblea divina, idea molto diffusa in Babilonia. Come anche il motivo della strada degli dèi. Sì, queste idee possono essere sullo sfondo del nostro testo. Ma il prologo lo lascia volutamente nella sfera del mistero. Dopo, dopo si vedrà e si capirà, alla fine del rotolo del profeta, alla fine del rotolo della vita, si potrà capire qualcosa dell’intervento di Dio nella storia, non prima.

Preparate la via! Consolare richiede preparazione. Consolazione non si improvvisa, si prepara. Il coro celeste si esercita, si prepara. Per una vita canti e suoni. Alla fine, sì, dopo una vita di preparazione, saranno alcune cantate di Bach che veramente ti consolano nella solitudine davanti alla morte. Per una vita studi la parola e ascolti predicazioni, sicché alla fine davanti a Dio balbetterai qualcosa che avevi condiviso con lui durante la tua vita sulla terra. «Ci sono momenti nella vita – scrive Tolstoi in Anna Karenina – che ti fanno capire che tutta la vita, fino a quel momento, non era altro che la preparazione di quel momento».

Israele è preparata al ritorno dall’esilio nella sua patria. Preparata dalla memoria, dalla Bibbia che ora si compone, che racconta la liberazione, la via per il deserto verso la terra promessa. Ora è attuale. Emergente. Persino urgente. Questa narrazione.

E siamo preparati sempre dall’esperienza di Dio. Dio è intervenuto sempre e interviene sempre nella storia, nella nostra vita, nella vita di ognuno di noi così: ci abbassa quando siamo arroganti, e ci rialza quando siamo abbattuti. Con questo Dio dobbiamo fare i conti ogni giorno, e su questo Dio possiamo contare in ogni momento della nostra vita.

Poi sentiamo gridare: grida! letteralmente: predica! cioè, trasmetti quel che hai ricevuto. Se hai fatto le prove, devi fare anche il concerto. Se hai letto, frequentato, fatto esperienza con la Parola di Dio: predica!

E qui siamo capitati nel racconto della vocazione del profeta. Senza nome. Misterioso. Come la voce. In primo piano non è la persona. Ma la parola. Il messaggio. Nasce un dialogo come quello con Isaia due secoli prima, con Geremia e con Mosè, quando furono chiamati. Predica! e si risponde: «che predicherò?» Si risponde: impersonale. La traduzione greca dei LXX, nella sua scia la Vulgata e il rotolo di Qumran leggono: Io rispondo. Io, il profeta dopo Isaia, il secondo Isaia che chiamiamo in modo tecnico «Deuteroisaia», l’«evangelista» della Bibbia ebraica, l’autore dei capitoli 40-55. Non solo risponde perplesso: Che predicherò? Ma, come i suoi illustri predecessori, obietta: l’unica cosa che posso predicare è che ogni carne è come l’erba e che tutta la sua grazia è come il fiore del campo. L’erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio (ardente) del Signore vi passa sopra. Cioè obietta la sua natura, la nostra natura, la natura di tutte le cose, la sua caducità, la sua fragilità, la sua mortalità. Non è una possibile obiezione alla vocazione, ma la obiezione, l’unica possibile. Confermata da un’altra voce, nemmeno più segnalata come tale, che applaude il nostro coraggioso profeta: certo, il popolo è come l’erba, l’erba si secca, il fiore appassisce. È comune sentire, comune sapere, comune esperienza. Siamo fatti così. È così. Detto non da uno, ma da tutti, da tutte le creature, non senza implicita critica al Creatore stesso. Il profeta non sta dalla parte di Dio. Il profeta sta dalla parte del popolo. Il profeta, come il popolo, ha anzitutto egli stesso bisogno di essere consolato. Siamo tutti d’accordo con il nostro profeta. È così - cosa vuoi fare? Ma il dialogo con la voce misteriosa non finisce qui. Non finisce con l’obiezione della nostra caducità, della nostra mortalità, della nostra morte. Arriva un ma. Arriva una risposta che insiste: ma. Ma la parola del nostro Dio dura per sempre. Del nostro Dio, del Dio del patto.

Il profeta ottiene una risposta «protestante». La parola «protestante» viene dalla dieta imperiale del 1529 a Spira, quando i principi e le libere città imperiali protestano contro il divieto della predicazione evangelica, cucendo questo versetto sulle loro vesti: ma la parola del nostro Dio dura per sempre. Intendevano una predicazione che li aveva consolati, e profondamente preparati a essere e a trasmettere questa consolazione.

Consolate, consolate!, cioè preparate la via! e predica!, con l’ultimo grido, diventa vocazione, vita di tutti noi, di ognuno di noi: Alza la tua voce! L’intero popolo, Sion pars pro toto per Israele, Israele pars pro toto per tutta l’umanità, viene ora coinvolto, quasi fosse la fine della profezia, non ci sono più profeti, singoli battitori, singoli uomini di Dio straordinari, ma c’è un popolo, un coro profeta che deve fare una sola cosa, anzi due: consolate, consolate!

Come nel racconto di Natale, all’angelo si aggrega il coro dell’esercito celeste degli angeli, tutti vengono resi partecipi della buona notizia, della gioia per un fatto che è già successo, anche se dobbiamo ancora partire: il cuore di Dio è cambiato, e questo, solo questo, cambia davvero le sorti del popolo, dell’umanità. I singoli abbandonati dispersi diventano coro, comunione. E sono loro, proprio loro, un manipolo di profughi dispersi e disperati, gli sconfitti, i vinti della storia, a essere chiamati a consolare.

Che cosa ci potrebbe mai consolare più della parola, della parabola del buon pastore. In tutte le nostre mancanze confessare, cantare: Il Signore è il mio pastore, nulla mi manca? Proprio quando una cara persona ci è venuta a mancare, predichiamo, cantiamo spesso questo salmo. Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei alcun male, perché tu sei con me… Tu, nostro Pastore, che non perdi di vista nessuno, non escludi nessuno, qualunque sia il suo impedimento, da quella gioia della vocazione: consolate, consolate! Sì, non c’è più grande consolazione che consolare. Consolare insieme. Per cui in Gesù Cristo – che è il cuore cambiato di Dio – abbiamo sempre una buona ragione. Ecco il vostro Dio!

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  • Data: Dicembre 1, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 40, 1-11