Isaia 1, 10-17
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Ascoltate la parola del SIGNORE, capi di Sodoma! Prestate orecchio alla legge del nostro Dio, popolo di Gomorra! «Che m'importa dei vostri numerosi sacrifici?», dice il SIGNORE; «io sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di bestie ingrassate; il sangue dei tori, degli agnelli e dei capri, io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi davanti a me, chi vi ha chiesto di contaminare i miei cortili? Smettete di portare offerte inutili; l'incenso io lo detesto; e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni, io non posso sopportare l'iniquità unita all'assemblea solenne. L'anima mia odia i vostri noviluni e le vostre feste stabilite; mi sono un peso che sono stanco di portare. Quando stendete le mani, distolgo gli occhi da voi; anche quando moltiplicate le preghiere, io non ascolto; le vostre mani sono piene di sangue.
Lavatevi, purificatevi, togliete davanti ai miei occhi la malvagità delle vostre azioni; smettete di fare il male; imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l'oppresso, fate giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova!

 

Predicazione tenuta domenica 22 gennaio 2022, Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani
Testo della predicazione: Isaia 1, 10-17 (con Salmo 42 e Vangelo di Matteo 25, 31-40)
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Imparate a fare il bene, care sorelle e cari fratelli, imparate a fare il bene.

Bene e male, nella Bibbia non sono alla pari. Il male si fa. Si fa: è nella nostra natura. Ma il bene, bisogna imparare a farlo. Costa. Costa fatica. La fatica del discepolo, del discepolato, della sequela, ecco, del seguire il bene.

Come i nostri ricordi: quelli brutti si ricordano da sé, sono scritti nei nostri corpi, lasciano cicatrici e traumi, talvolta indelebili, sui nostri corpi. I ricordi buoni invece vanno coltivati, curati, costano la fatica della memoria, della buona memoria, della memoria del bene. Ed è quel che dobbiamo fare, come chiese, la cura d’anime del Salmo 42: l’orante si trova nel deserto, lontano dalla casa, dalla terra, il tempio distrutto, confinato nell’esilio di Babilonia, pieno di cicatrici e traumi: ricordo con profonda commozione (v. 4), il buon ricordo è la sua sopravvivenza: quasi con stupore si chiede perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me? (v. 5) Ecco, ricordare i buoni ricordi insieme, in memoria di me, dice Gesù.

Ma come? Sacrifici, tempi sacri, riti, liturgie, preghiere, culti, chiesa – no. Qui c’è un no. Un no profetico. Un incredibile no profetico. Anche noi abbiamo le mani piene di sangue. Non solo del male subìto, ma del male fatto. Con le nostre mani piene di sangue.

Beh, questo discorso del profeta l’abbiamo già sentito, lo sentiamo ogni giorno, lo conosciamo bene: bisogna fare del bene, fatti e non parole, interventi concreti e non fare celebrazioni. Ecco, bisogna amare il prossimo, fare del bene – tutto il resto è sospetto di essere strumentale, fazioso, ipocrisia.

Ma qui non parla un uomo moderno, un uomo del mondo moderno o postmoderno, qui non parla un ateo, un agnostico, uno di quei membri del corpo di Cristo stanchi, frustrati, delusi, noi stessi. Qui parla Dio.

Dio dice: no. In questa Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, le tre grandi famiglie confessionali del cristianesimo: ortodossi, cattolici e protestanti, stanno davanti a Dio che dice: no.

No, con la nostra capacità, con la nostra volontà, con i nostri culti, con le nostre confessioni, con le nostre chiese – no, non possiamo incontrare Dio. No, non possiamo fare il bene. Siamo «incapaci da noi stessi di fare il bene» (Calvino/Beza). Ugualmente incapaci: non uno di più e uno di meno («io c’ero prima di te!» - «io sono più grande di te!» - «io sono più vero di te!»), davanti a Dio siamo tutti ugualmente peccatori. Davanti a Dio non possiamo che essere solidali.

Siamo incapaci da noi stessi di fare il bene. Lo dobbiamo imparare. Da chi? Da Dio.

Dobbiamo ascoltare Dio. Ecco il nostro culto, il nostro buon ricordo che rimane in eterno scritto nei nostri corpi e nelle nostre anime: Gesù Cristo, morto e risorto per noi. In memoria di me. Ricordare, anzi, gustare la sua bontà. Ascoltarlo qui dove parla, nelle Scritture, insieme. Davanti a Dio, dove nessuno può vantare né rivendicare alcunché, davanti a Dio nessuno può credere di essere chissà chi.

Ma poi, Gesù, l’unico che può insegnarci il bene, che cosa ci dice? Dice che Dio parla anche attraverso il silenzio e le grida dell’affamato, dell’assetato, dello straniero, del nudo, ammalato e prigioniero. Si identifica con uno di questi a tal punto che possiamo dire: sul trono decisivo della nostra vita sta uno di questi miei minimi fratelli. Il rispettivamente più piccolo, la vittima della storia, l’ultimo arrivato è la massima autorità in terra, la voce di Dio nel mondo, anche in un mondo moderno, postmoderno, smemorato, non ha mai smesso di chiamarci: Adamo, dove sei? Caino, dov’è Abele, tuo fratello? noi, umanità sempre in fuga da Dio, dal prossimo e da noi stessi. Alla voce di uno di questi miei minimi fratelli si deve ubbidire, è colui o colei che ci insegna a fare il bene.

Riorganizzare, riformare la propria esistenza davanti al trono di Dio, di uno di questi minimi, non in base al passato, ma al futuro giudizio universale.

Che chiesa sarebbe? Governata dal Cristo che parla attraverso il bisognoso, attraverso l’ultimo arrivato, attraverso la vittima della storia? Una chiesa né episcopale né presbiteriana; al massimo diaconale. Una chiesa aperta, senza muri e confini. Una chiesa accogliente, ospitale. Una chiesa dinamica, vivace, la chiesa dello Spirito santo. Che non può vantare, non può rivendicare alcunché. Una chiesa che non giudica. Perché è davanti a Dio.

Infatti, coloro che hanno dato da mangiare, bere, che hanno accolto, vestito e visitato, non ne sono stati consapevoli, non lo sanno: quando mai ti abbiamo visto affamato… quando mai? Perché non erano sul trono a osservare e giudicare tutto e tutti, ma dentro, uniti al Cristo nell’affamato, nell’assetato, straniero, nudo, prigioniero.

Alla fine, sì, saremo sorpresi. Una sorpresa gioiosa, perché eravamo uniti a Cristo.

Dettagli
  • Data: Gennaio 22, 2023
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 1, 10-17