II Lettera ai Corinzi 4, 1-6
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Perciò, avendo noi tale ministero in virtù della misericordia che ci è stata fatta, non ci perdiamo d'animo; al contrario, abbiamo rifiutato gli intrighi vergognosi e non ci comportiamo con astuzia né falsifichiamo la parola di Dio, ma rendendo pubblica la verità, raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio. Se il nostro vangelo è ancora velato, è velato per quelli che sono sulla via della perdizione, per gli increduli, ai quali il dio di questo mondo ha accecato le menti affinché non risplenda loro la luce del vangelo della gloria di Cristo, che è l'immagine di Dio. Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù quale Signore, e quanto a noi ci dichiariamo vostri servi per amore di Gesù; perché il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre» è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio, che rifulge nel volto di Gesù Cristo.

 

Predicazione tenuta domenica 8 gennaio 2023, Epifania
Testo della predicazione: II Lettera ai Corinzi 4, 1-6
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

l’apostolo Paolo scrive queste parole alla comunità di Corinto. Quando uno si mette a scrivere, di solito, lo fa perché qualcosa non va. Infatti, l’apostolo è stato contestato. Gli è stato contestato il suo ministero. Questo è il contesto del nostro testo: la contestazione dell’apostolato di Paolo.

Gli viene contestata la cosa più importante della sua vita, ciò che dà senso alla sua vita, la sua vocazione, il suo amore, il suo impegno, ciò per cui vive, la sua vita gli viene contestata.

Tu vivi per una persona, e quella persona ti contesta. Tu vivi per la tua chiesa, e fratelli e sorelle della tua chiesa ti contestano. Tu vivi per tuo figlio e tua figlia, e tua figlia e tuo figlio ti contestano. Tu hai un amore, e proprio quel tuo amore ti contesta.

La tua fede vive in un contesto, altrimenti non vive. La tua fede vive contestata. Non puoi avere fede senza essere contestato. Non è un gioco di parole. Chi di voi ha coltivato patate, sa che accanto a ogni pianta di patate cresce una mangia patate. Lutero diceva: non c’è chiesa, sempre che sia quella di Gesù Cristo, accanto alla quale non cresca allo stesso tempo la cappella del diavolo.

Dio, il suo Cristo, nasce contestato (cfr. Matteo 2,1-12). Lo sappiamo. Non ignoriamo il contesto della nostra fede. Conosciamo la contestazione della nostra vocazione. Da parte di altri, ma anche, e soprattutto, da noi stessi. Ma, ogni volta che la viviamo sulla nostra propria pelle, ogni volta che la nostra fede entra veramente in contatto con il suo contesto, ogni volta che la nostra buona volontà vive una vera contestualizzazione, quando si incarna, entriamo in difficoltà, ogni volta che le nostre migliori intenzioni vivono una vera contestazione, ci perdiamo d’animo, anzi, diciamo addirittura: sto perdendo la fede. È strano: «a tavolino» crediamo di avere fede, appunto, una fede pura; contestati, sì contestualizzati, incarnati, pensiamo di averla persa, per quanto sporca, insudiciata, appunto, incarnata.

Che fare? Una prima risposta, Paolo ce l’ha già data: scrivere. Verbalizzare. Non tacere. Non fare finta di niente. Ma neanche gridare, lamentare o – peggio – parlare alle spalle. No. Scrivere. Siamo la lettera di Cristo, ci aveva ricordato poco prima del nostro passo, l’apostolo. Siamo la lettera di Cristo. Scritta con lo Spirito del Dio vivente. Una delle immagini della chiesa dimenticata. Il corpo di Cristo è andato avanti con piena – e troppa! – fantasia, spesso perdendo la testa. Ma la lettera di Cristo è rimasta lì. Ancora da scrivere. Forse perché è impegnativa. Pensate: come si entra a far parte della chiesa? Scrivendo una lettera. E solo così se ne esce: scrivendo una lettera. Scrivere è esistere. L’esistenza della nostra chiesa quale lettera di Cristo.

Scrivere è esistenza, ma anche re-sistenza. Nella ex-DDR il possesso di una macchina da scrivere richiedeva un permesso da parte dello stato. Scrivere è resistere. La lettera di Cristo è la nostra riserva, per tempi difficili, tempi che ci impediscono di essere corpo di Cristo. Tempi di avversità e contestazioni. Scrivendo, l’apostolo fa capire a noi e a sé stesso che tre sono le contestazioni della sua – e possiamo dire – della nostra vocazione o della nostra predicazione: 1. La disonestà della nostra predicazione; 2. il fallimento della nostra predicazione e, 3. l’autoreferenzialità della nostra predicazione.

In primo luogo, i corinzi contestano a Paolo di falsificare la parola di Dio, di strumentalizzarla con astuzia e intrighi vergognosi, di interpretarla in modo strumentale, a fini personali. Insomma, gli contestano la sua mancanza di onestà.

Questa è anche la prima contestazione della nostra vocazione. Ci contestiamo il nostro comportamento, una sorta di mancanza di coerenza, di integrità morale, una, appunto, più o meno evidente disonestà di fondo.

Paolo, che cosa risponde? Ci scrive non de-scrivendo, ma re-scrivendo il nostro ministero cristiano, la nostra vocazione fin dalle sue origini: siamo stati chiamati, non perché particolarmente bravi, integri e preparati, ma in virtù della misericordia che ci è stata fatta. La nostra ragion d’essere non sta in noi, ma in Dio, nella misericordia, nel perdono di Dio. Siamo peccatori e come tali contestati di per sé: Paolo accetta la contestazione. È vero siamo tentati, sfidati, minacciati, contestati fin dalla nascita. È una verità (in greco «verità» vuol dire: «ciò che non è nascosto») che ci nascondiamo. Qui ci vuole trasparenza, non quella che cerca di smascherare il peccato altrui, ma la trasparenza del proprio peccato che richiede il coraggio della fede nel Dio che perdona. Raccomandare sé stessi vuol dire questo: non far vedere quanto siamo bravi nel maneggiare le parole, ben intenzionati pensatori, ma quanto siamo peccatori. Così raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio.

Ed ecco la dinamica della risposta apostolica: ci riporta davanti a Dio, ci riporta con la nostra coscienza davanti a Dio.

Questo è il primo passo di cura d’anime apostolica: la consapevolezza della chiamata per grazia, dell’esistere e resistere per misericordia, grazie al perdono di Dio, chiarirsi: nel mio essere contestato è colpita veramente la mia vocazione o soltanto il mio orgoglio? la radicale trasparenza: mettersi ognuno con la propria coscienza davanti a Dio.

In secondo luogo, i corinzi contestano a Paolo il mancato successo della predicazione: molti non la accettano, molti non credono, è dunque fallita.

Ecco la seconda contestazione anche della nostra vocazione: i nostri fallimenti. Non siamo riusciti a trasmettere la nostra fede alle persone a noi affidate, non siamo cresciuti, non ci sono risultati visibili, evidenti e convincenti.

La risposta apostolica si muove sugli abissi della perdizione, ove le nostre menti cominciano ad accecarsi e ci perdiamo facilmente nelle incredulità delle nostre speculazioni. Sì, il successo del vangelo non è ancora evidente perché molti si perdono nelle contestazioni e nelle confusioni, nel dio di questo mondo. Molti confondono Dio con questo mondo, perdono di vista la vocazione nella propria situazione, smarriscono il testo nel contesto della propria vita.

Ma anche qui la dinamica della cura d’anime apostolica è la stessa di prima: ci riporta a Cristo, che è l’immagine di Dio. E in quel Cristo, nel suo fallimento alla croce e nella sua risurrezione secondo le scritture, possiamo intravvedere un percorso che ci fa riprendere in mano la penna con cui continuare a scrivere le nostre biografie, malgrado tutti i nostri fallimenti… come hanno fatto gli evangelisti: li hanno scritti i fallimenti dei primi discepoli. Avevano il coraggio della fede – e non dell’orgoglio – di scrivere i propri fallimenti: ne sono nati gli evangeli.

In terzo luogo, all’apostolo Paolo si contesta di predicare sé stesso. Insomma di essere autoreferenziale. Uomo di potere, perché molti fanno riferimento a lui. Non gli resta che ricorrere alla fonte, alla prima confessione di fede della cristianità: Cristo Gesù quale Signore. Questo è il nostro cuore. E noi ci dichiariamo vostri servi per amore di Gesù… e proprio quell’amore di Gesù, infine, viene fuori, si rivela – ecco: Epifania! –, si manifesta quell’amore di Gesù che brucia in Paolo, in te, in me, come una brace… basta un soffio e si ravviva, si risveglia il fuoco. Il soffio di una parola come quella del Dio che disse: splenda la luce nelle tenebre. Nelle tenebre della tentazione, nelle tenebre della contestazione, viene fuori non la belva, non la rabbia, ma la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge sul volto di Gesù Cristo.

Questo brucia in Paolo. Non la rabbia di essere contestato che nasce da un orgoglio ferito, ma la luce della Parola di Dio, la conoscenza della gloria di Dio, il volto di Gesù Cristo. E vien fuori, quando lo provochi, quando viene contestato, quando s’incarna. Non la rabbia né la belva, ma il volto di Gesù Cristo. Grazie alla cura d’anime della Parola scritta nei nostri cuori, come in quello di Paolo, come in quello di Gesù. Ecco dove ci porta questa parola: al volto di Gesù Cristo. Dal nostro essere contestati al volto di Gesù Cristo. Ci accompagna, dalla nostra situazione critica, dalla nostra crisi, dalla contestazione della nostra esistenza al volto di Gesù Cristo.

Un vero manuale di cura d’anime, una cura che abbiamo ora soltanto da scriverci nelle anime, nelle memorie, nelle coscienze. Il volto di Gesù Cristo non è la «Sacra Sindone». Ma il suo essere rivolto a noi, la sua attenzione, la sua cura, la sua parola rivolta a noi. La chiamata, la vocazione rivolta a ciascuno di noi. La fede. Che non ti spiega e non ti toglie dalla situazione della contestazione. Ma ti sostiene. Perché non ti confondi, non ti perdi in essa. Perché non confondi in essa la gloria di Dio con la tua. Ma ti fa riscoprire la gloria di Dio in colui che si rivolge a te con attenzione, con cura, con amore e fa sì che anche tu resti rivolto con amore, cura e attenzione persino verso coloro che ti contestano, perché sono loro, proprio loro che potrebbero farti ritrovare – ecco: Epifania! – l’amore di Dio.

Dettagli
  • Data: Gennaio 8, 2023
  • Testi:
  • Passaggio: II Lettera ai Corinzi 4, 1-6