I Lettera ai Tessalonicesi 5, 14-24
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"Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. Siate sempre gioiosi; non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito. Non disprezzate le profezie; ma esaminate ogni cosa e ritenete il bene; astenetevi da ogni specie di male. Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l'intero essere vostro, lo spirito, l'anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo."

 

Predicazione tenuta domenica 2 gennaio 2022
Testo della predicazione: I Lettera ai Tessalonicesi 5, 14-24
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Care sorelle e cari fratelli,

c’è il rischio di leggere queste parole come – così intitolano le nostre Bibbie – «ultime raccomandazioni», cioè come postscriptum, meno importante del resto della lettera, insomma, di leggerlo con un po’ di sufficienza o superficialità. Un elenco di cose da fare, come i buoni propositi per il 2022. Qualcuno l’ha chiamata la «lista della spesa». Ma queste cose da fare, questa lista per cui spendersi, riassume tutta la vita della chiesa. La vita della chiesa come postscriptum, come ultima raccomandazione. Non solo da ieri, ma fin dal principio. La prima lettera ai Tessalonicesi è il più antico documento cristiano che abbiamo. Una, quasi due generazioni prima dei vangeli.

Qualcuno ha chiamato queste ultime raccomandazioni il primo ordinamento ecclesiastico. Per niente datato. Parla ancora. In modo fresco, franco, chiaro, diretto. Tutte le persone della chiesa sono interpellate. In questo ordinamento tutti hanno un ruolo attivo. Nessuna passività, nessuna delega, nessun consumismo, nessuna evasione spirituale, altro che istituto per soddisfare bisogni religiosi. Voi. Voi fate. Voi fate questo, questo e questo. Non una lista per risparmiarsi. Ma la lista della spesa. La lista per spendersi. Bisognerebbe leggerla punto per punto, approfondirla raccomandazione per raccomandazione. Leggerla nel suo insieme ci aiuta a capire meglio come leggere le esortazioni apostoliche in generale, come leggere il principio dell’ordinamento ecclesiastico oggi.

Anzitutto cercherei di applicare queste esortazioni a noi, a me stesso. Provando – come penso sia naturale – una lettura letterale: io devo ammonire i disordinati, io devo confortare gli scoraggiati, io devo sostenere i deboli. Cioè: devo trovare questi disordinati – non devo cercare molto; devo trovare gli scoraggiati – è già un po’ più difficili trovarli; e devo trovare i deboli – ancora più difficile. Ma la cosa più difficile è che dobbiamo essere pazienti con tutti. Devo perdonare. Mai rendere male per male. Devo sempre cercare il bene. Anzi, devo essere sempre gioioso. Sempre pregare. Sempre ringraziare. Questa è la volontà di Dio e io la faccio mia e la metto in pratica. Non devo spegnere lo Spirito, cioè devo ascoltare, aprirmi alle novità, seguire i sermoni, appunto, non disprezzare le profezie e devo studiare, esaminare ogni cosa, formarmi un’opinione, scartare il male e ritenere il bene. Così mi santifico. Così ci santifichiamo, ci conserviamo irreprensibili per quando ritornerà il Signore. Così siamo fedeli alla nostra chiamata, alla nostra elezione. Ecco, e faremo anche questo. Cioè: faremo tutto noi.

Eh, lo so che è Dio a santificarci, che è Dio a conservarci irreprensibili. È Dio che è fedele. Ed è Dio a fare anche questo. Ma intanto noi lo precediamo. Finché non ritorna dobbiamo fare noi la sua parte. Essere fedeli noi. Chiamare noi. Esortare, ammonire, confortare, sostenere, essere pazienti, perdonare, pregare, ringraziare, esaminare, apprezzare noi.

Questa è la lettura letterale. Funziona fino a un certo punto. Fino all’invocazione finale della benedizione di Dio: Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso… fino alla confessione di fede: Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. La nostra lettura letterale funziona solo fino a un certo punto. A un certo punto abbandona letteralmente il testo. A un certo punto, se devo esser paziente con tutti, devo fingere pazienza. Dissimulare pazienza. Se devo essere sempre gioioso, devo qualche volta fingere di essere gioioso. Dissimulare gioia. Se devo sempre pregare, la mia preghiera si farà assai formale, e il mio «grazie» diventa una formula, una formalità. La lettura letterale non è nostra. All’inizio convince come fedeltà al testo, alla fine però non corrisponderà più alla parola. Letteralmente la abbandona. La nostra lettura dev’essere più profonda, più evangelica.

Ecco, proviamo una lettura evangelica (della Riforma):

Ammonire i disordinati, siamo disordinati noi, sono io un disordinato. In greco è l’esatto opposto di come suona alle nostre orecchie: il disordinato è un ataktos, un «senza tatto». Perdo la sensibilità per l’altro. Il contatto con la realtà umana, con l’umanità reale. Spinto da un’ideale, da una mia convinzione, dal mio entusiasmo. Ho bisogno di essere frenato, ammonito.

Confortare gli scoraggiati: talvolta sono io scoraggiato. L’antica Diodati traduce: pusillanimi. Sono un pusillanime. Ho spesso l’anima pusilla, abbattuta, ma anche vile, meschina, fissata su sé stessa. Ho bisogno di conforto.

Sostenere i deboli: sono io debole, siamo noi che abbiamo bisogno di sostegno. Di pazienza. Tanta pazienza. Non sono paziente. Spesso indifferente, incosciente sì. Ma non paziente. In greco letteralmente: longanime. Sono più pusillanime che longanime. Sono paziente in senso italiano: un paziente, siamo pazienti che hanno bisogno di un medico, di una diagnosi vera e di una cura amorevole. Di pazienza.

Purtroppo reagisco al male. Ho dei conti aperti. Cose da ripagare, da rimuovere, da risolvere. Risentimenti. Ogni tanto, ma non sempre, sono gioioso. Talvolta dimentico la preghiera. Non mi sento sempre riconoscente. Sono molto critico rispetto agli altri, alle novità, a qualsiasi cambiamento. Mi piace ascoltare ciò che voglio ascoltare. Tutto il resto ritengo sia «difficile»: dipende quindi da chi mi parla, non sa esprimersi. Quando esamino ritengo gli errori degli altri. Così sento meno il peso dei miei difetti. Sono attratto, scandalizzato dal male, il male attira la mia attenzione.

Così mi butto infine nell’invocazione della benedizione di Dio, che ci santifichi egli stesso, ci conservi irreprensibili, confidando nella sua fedeltà, in ascolto della sua chiamata.

E qual è la sua chiamata? E siamo da capo: non è forse questa, che appunto ammoniamo i disordinati, confortiamo gli scoraggiati, sosteniamo i deboli, che siamo pazienti con tutti. Che interrompiamo la spirale della violenza e non rendendo mai male per male. Che siamo gioiosi, che preghiamo, che siamo aperti e allo stesso tempo avveduti e critici.

Sì, siamo da capo. Ma non siamo più il capo. Il capo ora è il Dio della pace.

La lettura evangelica crea in noi un altro Spirito, quello Spirito che crediamo abbia ispirato tutta la Bibbia: ammonisco i disordinati senza dimenticare di essere io stesso uno di loro. Conforto gli scoraggiati, senza dimenticare di essere anch’io uno di loro. Sostengo i deboli, sapendo di esserlo pure io. Che insieme abbiamo bisogno di ammonizione, di conforto e di sostegno. Che siamo pazienti.

«Per noi africani – mi disse una volta un fratello nigeriano – la chiesa è come un ospedale». Un luogo di cura. Dove si guarisce. Le raccomandazioni, le correzioni, gli ammonimenti, le esortazioni di un medico siamo ben disposti ad accettare e seguire, senza sentirci subito feriti nel nostro orgoglio. Ma il medico dev’essere uno che veramente ha cura di noi. Le esortazioni apostoliche sono scritte con questo Spirito della cura d’anime.

Vi esortiamo, fratelli… «esortare» in greco significa anche «incoraggiare» e «consolare». Parakaléo, il parakletos, il Consolatore è lo Spirito che Gesù ci ha lasciato per questo tempo fino alla fine di tutti i tempi. Non esorta mai senza incoraggiare e consolare. E non incoraggia, non consola mai senza esortare. Esortare e consolare, consolare ed esortare sono inseparabili. Fratelli inseparabili. Ti esorto senza consolarti: non sono che un sapientone bacchettone. Ti consolo senza esortarti: sono un indifferente incosciente. Eh, oggi come oggi non si può più dire nulla a nessuno senza che si offenda, si vendichi o se ne vada… Senza una profonda lettura evangelica, senza il coraggio di una profonda rilettura evangelica, capace di esaminare ogni cosa, e quindi anche se stessi… effettivamente non ci sarà una comunione in cui c’è la franchezza… qualcuno ci ha insegnato: se volete imparare a pregare, dovete prima imparare a parlare francamente gli uni con gli altri. La franchezza nasce perché c’è fiducia, profonda fiducia, e quindi guarigione.

Questo è il principio dell’ordinamento della chiesa: non essere un luogo di sapientoni e bacchettoni, ma un luogo di guarigione. Dove io pusillanime divento longanime. Dove imparo il tatto, la sensibilità. Per l’altro. Proprio quello del quale sono convinto che abbia sbagliato e che mi abbia fatto del male.

Ma perché ha fatto male? Per lo stesso motivo per cui lo faccio io: perché disordinato, scoraggiato, debole. Ma come me. Come me. Sono uno di loro. Fratelli e sorelle siamo. In Cristo Gesù. Amen.

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  • Data: Gennaio 2, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: I Lettera ai Tessalonicesi 5, 14-24