I Lettera a Timoteo 3, 1-13
Contenuto

"Certa è quest'affermazione: se uno aspira all'incarico di vescovo, desidera un'attività lodevole. Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non attaccato al denaro, che governi bene la propria famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi (perché se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?), che non sia convertito di recente, affinché non diventi presuntuoso e cada nella condanna inflitta al diavolo. Bisogna inoltre che abbia una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cada in discredito e nel laccio del diavolo. Allo stesso modo i diaconi devono essere dignitosi, non doppi nel parlare, non propensi a troppo vino, non avidi di illeciti guadagni; uomini che custodiscano il mistero della fede in una coscienza pura. Anche questi siano prima provati; poi svolgano il loro servizio se sono irreprensibili. Allo stesso modo siano le donne dignitose, non maldicenti, sobrie, fedeli in ogni cosa. I diaconi siano mariti di una sola moglie, e governino bene i loro figli e le loro famiglie. Perché quelli che hanno svolto bene il compito di diaconi si acquistano un grado onorabile e una grande franchezza nella fede che è in Cristo Gesù."

 

Predicazione tenuta domenica 5 dicembre 2021
Testo della predicazione: I Lettera a Timoteo 3, 1-13
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

qui siamo la terza generazione cristiana. Il movimento di Cristo diventa istituzione, casa. Aperta. Pubblica. Una casa aperta al pubblico necessita d’una amministrazione. E una amministrazione ha bisogno di amministratori.

Ma chi saranno quegli amministratori? Come li vogliamo chiamare? Come li avrebbero potuti chiamare? Discepoli: ma i discepoli sono tutti, ci vuole un nome che renda l’idea del loro incarico specifico. Angeli (messaggeri) – esagerato. Signori (e le Signore?): non è possibile, perché Gesù è il Signore. Padri (e le madri?): non fatevi chiamare padri…

Il modello per la chiesa era la casa, la famiglia, la casa-famiglia (oikos), anche perché unico modello per qualsiasi organizzazione dell’epoca, dalla famiglia all’Impero romano stesso. Secondo il modello della casa qualcuno avrebbe dovuto fare il padre padrone. Ma questo sarebbe stato in contrasto con l’insegnamento di Gesù. Secondo il modello della casa qualcuno avrebbe dovuto fare lo schiavo. Ma questo sarebbe stato in contrasto con l’insegnamento di Gesù. Oggi c’è chi pensa che questo modello sia cristiano, anzi, il cristianesimo stesso!

Allora li avrebbero potuti chiamare apostoli, profeti, evangelisti. Appaiono questi nomi nella prima chiesa, ma poi spariscono. Perché non rendono l’idea di quel che fanno veramente gli amministratori: non predicano soltanto, ma appunto amministrano anche la cassa, interloquiscono con le autorità, preparano un pasto e un letto a chi non ce l’ha. Sono e Parola e vita della comunità. Predicazione ma anche pasto comunitario. Non solo annunciare la riconciliazione, ma viverla insieme. A tavola. Ecco: Parola e tavola. Necessitano di uno che presiede e uno che prepara. Ci vogliono dunque persone che presiedono e persone che preparano.

Ora i primi cristiani erano ebrei. Chi presiedeva e preparava in sinagoga? Gli anziani. I presbiteri. Così anche le prime chiese: erano dirette da un consiglio di anziani, di presbiteri. Sorveglianti e servitori allo stesso tempo.

Quando si parlava con chi non era cristiano di “anziani” ti guardavano un po’ come oggi: roba vostra. Mancava l’equivalente nella società. Oppure si pensava: siete ebrei, anzi, una “setta” ebraica.

Bisogna essere aperti al mondo, trovare dunque un nome per questi amministratori cristiani che sia universalmente comprensibile. D’altra parte bisogna che il loro nome sia radicato nel linguaggio biblico, anzi, provenga dalla bocca di Gesù, di colui che li chiama al loro incarico.

La lingua universale allora era il greco. Grazie a questa lingua universale il cristianesimo si diffuse appunto universalmente. Per la chiesa abbiamo bisogno di sorveglianti che non siano padri padroni e di servitori che non siano schiavi. Tali sorveglianti si chiamavano epìskopoi, epìscopi, vescovi. E tali servitori si chiamavano diàkonoi, diaconi. I vescovi erano amministratori del potere centrale in una realtà locale, una specie di consiglieri comunali. I diaconi erano funzionari di banchetti. Incarichi profani.

Oggi sentire parlare di vescovi e diaconi ti porta direttamente in chiesa. Allora ti portava nel mondo. Vescovi e diaconi oggi hanno l’odore del sacro, allora sapevano di profano. Infatti, i primi cristiani venivano accusati di essere atei.

Ti portano nel mondo, da un lato. Dall’altro, ti riportano nella Scrittura. Già Paolo parla di vescovi e diaconi (Fil 1,1). Vanno insieme. Non sono separabili. Nessun ministro è separabile dall’altro. Ogni ministro è sottomesso all’altro, recita la nostra disciplina valdese. Un vescovo che non è diacono degenera in potere. Un diacono che non è vescovo si perde nella dipendenza, nella confusione. La sorveglianza è servizio e il servizio è sorveglianza, attenzione, cura.

Anche qui, nella lettera a Timoteo (3,1-13) stanno ancora insieme: vescovi e diaconi. Ancora: la pressione del modello di vita del mondo è forte. Già si comincia a parlare del vescovo al singolare. Anche oggi dobbiamo essere attenti a non conformarci troppo facilmente ai modelli di vita che ci circondano. La chiesa come un’azienda o, peggio ancora, come un supermercato o un teatro, una rappresentazione sacra, un reality, magari come one-man-show.

Questi elenchi ci dicono come devono svolgere il loro compito senza illustrarne le mansioni precise. E come devono svolgerlo? La domanda che tiene insieme i primi capitoli della lettera è proprio questa: come bisogna comportarsi nella chiesa di Dio?

Come tutti gli altri, come tutte le altre professioni pubbliche del mondo. Gli elenchi dell’epoca erano questi, validi sia per ostetriche che per ballerini. Siamo nel mondo delle virtù greche. Ancora una volta: queste parole oggi ci portano in chiesa, ecco: questo è un comportamento cristiano. Allora ti portavano nel mondo, compòrtati bene come richiesto a tutte le professioni pubbliche, così sia fatta anche la tua professione pubblica di fede. Ci aspettavamo delle virtù religiose, spirituali, qualità straordinarie. Aspettative che derivano dal nostro paganesimo.

A parte la monogamia, l’unico accento cristiano dell’elenco è il radicamento del compito stesso nell’unico incarico di Timoteo quale quello di annunciare l’evangelo di Gesù Cristo al mondo. Se non sei radicato nella Scrittura, ispirato, alimentato, nutrito – se la Scrittura non è il tuo pane quotidiano, la tua casa e la tua famiglia, non puoi svolgere nessun incarico nella chiesa. Se questa tua vita radicata nella Scrittura non provoca in te un profondo amore per il mondo, non puoi svolgere nessun incarico nella chiesa. Saresti un impiegato dell’impero romano, magari un buon sorvegliante e un buon servitore, ma non di Gesù. Magari ti comporteresti bene nella chiesa. Ma non nella chiesa di Dio.

Questi elenchi sono comunque sempre rivolti a te. Anche se pensi di non essere né vescovo né diacono, ti riguardano in due modi: prima o poi potresti esserlo (il principio della rotazione è fondamentale per evitare le fratture del “noi e voi”, delle fratture strutturali nella chiesa del tipo lavoratori e datori di lavori; il sangue di Cristo deve circolare, senza coagulare in un solo punto), e: tu hai comunque sempre il compito di sorvegliare e di servire al corretto esercizio di questi compiti. Appena uscito dal battesimo sei vescovo e diacono, diceva Lutero.

Tu, cosa sceglieresti? Tu, cosa faresti nella tua chiesa: il vescovo o il diacono? Prima o poi devi scegliere. Nella chiesa di Dio non c’è né il ministero dell’utente né quello del factotum. Sorvegliare o servire: vescovo o diacono?

Probabilmente scegli il diacono, perché il vescovo… insomma, non sono all’altezza. Una scelta che fanno in molti. Se scegli il diacono fai bella figura. Ma, una volta scelto il diacono, devi anche fare il diacono. Il servitore. Vedete cosa capita: diciamo di essere diaconi, ma in realtà facciamo i sorveglianti, quelli che dicono continuamente come si dovrebbe fare e giudicano: quello ha fatto bene e quella ha fatto male.

Non c’è nulla di male nell’essere un po’ più sinceri e scegliere di fare il vescovo: se uno aspira all’incarico di vescovo, desidera un’attività lodevole. Purché non lo faccia dietro alle spalle, in privato, ma pubblicamente, esposto alle critiche. Sottomesso ai diaconi. Come appunto diaconia. Come servizio. La diakonia non è solo assistenza, ma è il contro modello cristiano dell’oikos romano.

Per nostra natura tendiamo a separare il vescovo dal diacono. Perché per natura non vogliamo servire. Per natura tendiamo a sacralizzare. Sacralizzare significa letteralmente: separare. Sacralizzando la chiesa e i ministri separiamo la chiesa e i suoi ministri dal mondo, ma anche da Cristo.

Tra il vescovo e il diacono, storicamente, si sono infilati due elementi non cristiani: il sacerdote e il monaco. Provenienti dal mondo pagano. Dalle sacralizzazioni del mondo pagano. In questo modo le donne diacone (cf. Rm 16,1) sono state, anzitutto, costrette a essere vergini e, in seguito, rinchiuse dietro i muri dei monasteri. Rimandate al culto della dea Vesta.

Il vescovo, per naturale inclinazione, una volta separato dal diacono, comincia a perdere il senso delle proporzioni. Una prima tendenza in quella direzione c’è nel nostro testo: perché comincia a parlare del vescovo al singolare e a paragonarlo con il padre padrone della famiglia. Tendenza che, allo stesso tempo, cerca di contrastare dando ai diaconi e alle diacone la prospettiva di un grado onorabile e riconoscendo loro un maggiore radicamento nel mistero della fede in Cristo Gesù. Tutto sommato i diaconi e le diacone sono più vicini a Gesù. Perché Gesù ha chiamato se stesso un diacono (Mc 10,45). È venuto per servire.

Ecco: non è tanto il titolo diacono che ci interessa ma il verbo d’azione diaconèo che significa: servire a tavola, impegnarsi in favore dell’altro, annunciare la parola, assumersi tutti gli incarichi della chiesa anche direttivi. Questo verbo divino vuole interessare, impegnare, incorporarci completamente nell’azione di Cristo Gesù.

Gesù si è chiamato diacono, ma non si è mai chiamato vescovo. È stato chiamato vescovo dai credenti: eravate come pecore erranti, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle nostre anime (I Pt 2,25: sacerdozio universale!).

Ma anche qui: non è tanto il titolo epìskopo quanto il verbo d’azione epikopèo che ci interessa: cercare con gli occhi, osservare, sorvegliare. Così gli apostoli hanno invitato la comunità a cercare con gli occhi sette uomini provati per svolgere il compito di diaconi (Atti 6). E un fratello interviene al primo sinodo (Atti 15), che decise l’apertura al mondo, dicendo che Dio ha cercato con gli occhi, Dio ha volto lo sguardo verso gli stranieri. La lettera agli ebrei (12,15) esorta: Badate – “fate il vescovo” – che nessuno resti lontano dalla grazia di Dio. Fare attenzione, prendersi cura. Visitare: così il Cristo dal trono eterno ricorda di visitare i malati e i prigionieri, di “fare il vescovo” con i malati e i prigionieri. Perché quel che avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli… (Mt 25,40). Visitare misericordiosamente, come Dio stesso ha “fatto il vescovo”, ha visitato il suo popolo (Lc 1,68), e ci visiterà di nuovo per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte (1,78s.).

Il vescovo, in fondo, è un diacono e il diacono è un vescovo. Non si lasciano definire né consolidare. E non se ne lasciano escludere le donne. Non se ne lascia escludere nessuno. Non si lasciano dominare, rinchiudere in una casa antica con padri padroni e servitù.

Restino in movimento. Dinamici. Verbi d’azione. Radicati nella Scrittura e nel mondo. Senza farsi incastrare in esaltazioni sacerdotali né in umiliazioni monastiche. Senza perdere il senso delle proporzioni. Ma siano con grande franchezza nella fede i verbi d’azione che tu vivi. I verbi della tua vita. Sobria. Dignitosa. Ospitale. In attesa dell’unico vero e autentico diacono e vescovo delle nostre fragili esistenze quale Cristo Gesù. Che egli ci sostenga e ci guardi.

Ognuno e ognuna degli anziani e delle anziane sono vescovo e diacono, vescova e diacona. Vogliamo pregare per loro e per Esther che inizia il suo ministero oggi. E noi anziani, anziane e pastore vogliamo pregare per voi sorveglianti e servitori di Dio. Non solo oggi ma sempre. Che il Signore ci sostenga e ci guardi.

Dettagli
  • Data: Dicembre 5, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: I Lettera a Timoteo 2, 1-13