Giobbe 19, 17-25
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"Il mio fiato ripugna a mia moglie, faccio pietà a chi nacque dal grembo di mia madre. Perfino i bimbi mi sprezzano; se cerco di alzarmi, mi deridono. Tutti gli amici più stretti mi hanno in orrore, quelli che amavo si sono rivoltati contro di me. Le mie ossa stanno attaccate alla mia pelle e alla mia carne, non m'è rimasta che la pelle dei denti. Pietà, pietà di me, voi, amici miei, poiché la mano di Dio mi ha colpito. Perché perseguitarmi come fa Dio? Perché non siete mai sazi della mia carne? Oh, se le mie parole fossero scritte! Se fossero impresse in un libro! Se con lo scalpello di ferro e con il piombo fossero incise nella roccia per sempre! Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si alzerà sulla terra."

 

Predicazione tenuta domenica 21 marzo 2021
Testo della predicazione: Giobbe 19, 17-25
Predicatore: pastore Emanuele Fiume
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La mano di Dio mi ha colpito. Noi riteniamo ingiusto e anche inaccettabile il fatto che Dio punisca. Ma è un problema tutto nostro, perché abbiamo un ideale, un concetto di giustizia con cui vogliamo noi giudicare Dio. Il Dio rivelato nelle Scritture, a differenza di quello creato dalla nostra morale, non solo punisce, ma punisce un innocente. Il centro del Vangelo di Dio è la punizione di un innocente: Gesù Cristo che viene punito delle colpe di altri. Vedete perché il Cristo crocifisso è scandalo per i giudei e pazzia per i pagani. Noi procediamo per concetti: siccome Dio è buono, allora non punisce nessuno. La rivelazione di Dio è altro. Dio mi spinge, piuttosto decisamente, nell’umiliazione. Giù, finché non c’è più nulla che mi trattenga dal fondo. E nel fondo io trovo Dio. Tu pensi che Dio sia nel cielo della morale…io l’ho trovato in fondo.

La teologia del libro di Giobbe è la crisi della sapienza. La crisi del “Male non fare, paura non avere” e de “L’Eterno benedice il giusto”. Che non sono cose false, ma sono cose incomplete. Non ci dicono tutto di Dio e forse non ci dicono la parte più importante. E per questo che nel libro di Giobbe si apre questa difficile traccia di conoscenza di Dio attraverso la punizione, attraverso le sofferenze di un innocente. Allora, io credo in termini piuttosto assodati, piuttosto certi, che Dio premi una condotta giusta, una vita modesta, l’ascolto della sua parola, la pratica dei comandamenti, l’amore per lui e per il prossimo e l’astensione dal male. E negli stessi termini io credo che Dio punisca il male, non solo quello che si dichiara tale, ma anche quello che si camuffa da bene, da rigore, da giustizia… e si riconosce quando questo male ha bisogno del male per affermarsi. Ha bisogno della scorrettezza, ha bisogno della parola cattiva, dell’inzaccherata di fango, della slealtà “a fin di bene”. No. Il mezzo dimostra che il fine era cattivo. E se presumi di raggiungere un fine buono mediante scorrettezze, allora sei un ipocrita. E Dio punisce. Punisce. Quindi, non solo aspirare alle cose buone, ma anche farle, compierle con mezzi buoni. Non si ruba, nemmeno ai ricchi, nemmeno per dare ai poveri, perché c’è scritto: “non rubare”, punto. Quindi, credo fortemente che raccogliamo non solo quello che abbiamo seminato, ma anche come lo abbiamo seminato, e credo che il pagamento del bene e del male avvenga in gran parte in questa vita e su questa terra. Questo è vero, se fai il male o se cerchi il bene con mezzi scorretti, paghi, mentre la ricerca e la pratica di giustizia ricevono la benedizione di Dio. Ma… questo è molto, ma non è tutto. In quello che manca, in quello che è al di fuori di questa logica giustizia in cui il Signore benedice il giusto, troviamo il Vangelo.

Che cosa sta succedendo a Giobbe? Questo, che è spinto. L’assenza, l’abbandono di Dio spingono. Se io vi dicessi che spesso Dio ci abbandona in uno stato di difficoltà affinché possiamo essere consolati, possiamo essere presi in cura e aiutati, o possiamo aiutare chi è nel bisogno, e così possiamo ricevere più di quanto perdiamo… metà di voi direbbe: “Dio non ci abbandona, Dio non ci fa stare male, Dio non vuole che soffriamo, noi non abbiamo la mistica della sofferenza…” e tutta una serie di difese paradogmatiche, perché non esiste solo il paradigma, ma anche il paradogma. Allora dico la stessa cosa, lo stesso concetto cioè: talvolta Dio ci abbandona, cioè nasconde la sua faccia, la sua presenza nella nostra vita in un tempo di difficoltà, per umiliarci, cioè per renderci responsabili del nostro bisogno, affinché ci affidiamo alle cure degli altri, ma ve lo dico con un esempio personale. Quasi sette anni fa è morta la mia gatta, che amavo molto, tanto che poi non ho più preso un gatto, ed ero in un periodo molto difficile della mia vita. Una solida signora della nostra chiesa quella domenica in cui la gatta era agonizzante, mi ha caricato in macchina con la gatta nel trasportino, portata dal veterinario che l’ha dovuta sopprimere, mi ha portato a pranzo a casa sua e non mi ha mollato fino a sera. Allora, il pastore, che ha sempre cercato di prendersi cura di tutti, con la casa sempre aperta per tutti, per mezza giornata nelle mani della sorella. Una umiliazione ma non nel senso di Fantozzi, ma nel senso etimologico, “humus”, terra, riportato a terra, a confronto con la tristezza, più consapevole della mia fragilità e soprattutto profondamente consolato. Consolato efficacemente da questa sorella. Oggi, a quasi sette anni, ricordo quel giorno più con gratitudine per Augusta che con dolore per la gatta.

Giobbe sarebbe spinto verso mani simili? “Il mio fiato ripugna a mia moglie, faccio pietà a chi nacque dal grembo di mia madre. Perfino i bimbi mi sprezzano; se cerco di alzarmi, mi deridono. Tutti gli amici più stretti mi hanno in orrore, quelli che amavo si sono rivoltati contro di me. Le mie ossa stanno attaccate alla mia pelle e alla mia carne, non m'è rimasta che la pelle dei denti.” Per Giobbe non c’è una persona come quella che quella domenica di sette anni fa ho trovato io. Tutti i suoi cari sono schierati dalla parte – secondo loro – di Dio, cioè pensano che esista soltanto la giustizia retributiva, quindi se stai male è colpa tua. Allora, “Dio benedice il giusto e punisce il malvagio” funziona, ma funziona solo quando Dio vuole che così sia. Non serve come sintesi assoluta, perché esistono dei casi –  e guarda un po’ piuttosto eclatanti – in cui è il giusto a essere punito. L’innocente. Giulio Regeni. Marta Russo. Gesù Cristo. Dire che questi hanno avuto quello che meritavano non vuol dire difendere la giustizia di Dio, vuol dire perdere il senso di Dio e anche il senso di umanità. Ora, poche storie. Siamo tutti “giudicanti” sugli altri, e lo siamo meglio quando gli altri sono in mezzo ai guai. Ma questo non c’entra nulla con il Dio della rivelazione. Dio Padre che si rivela nella morte di suo figlio, una morte in cui è calpestato qualsiasi senso di giustizia, l’innocente colpito ingiustamente, ma solo in questa enorme ingiustizia ti è rivelata la giustizia di Dio che salva, non la giustizia che Dio pretende da te, ma quella che Dio dà a te… questa giustizia che trovi solo nell’ingiustizia più profonda della morte dell’innocente e del sangue del Figlio di Dio che fa la volontà del Padre, che cosa può avere in comune con il rigurgito volgare, subumano del “Se l’è cercata”? Davanti a questa forza soverchiante dell’abbandono e della condanna, Giobbe, anche se è un giusto, anche se ha ragione, si rimette al giudizio. Pietà, pietà di me voi, amici miei. Il giusto che è consegnato nelle mani dei peccatori e si umilia davanti a loro. Ricordate quel “Pietà, signori!” del Rigoletto di Verdi, cantato da Rigoletto davanti a quella banda di cortigiani vigliacchi che gli ha rapito la figlia, quelle note che fanno accapponare la pelle? Chiedere pietà non a Dio, come è giusto fare, ma a gente peggiore di te. Umiliazione. E Giobbe vorrebbe che tutto sia messo agli atti, che restasse traccia di questa causa tra Dio, l’uomo giusto e gli uomini malvagi. “Oh, se le mie parole fossero scritte! Se fossero impresse in un libro! Se con lo scalpello di ferro e con il piombo fossero incise nella roccia per sempre!”. Sarà accontentato. La causa tra Dio, il giusto e i malvagi lascerà traccia scritta e indelebile, continuerà a interrogare la vita e la fede di tanti, prima e dopo il definitivo compimento della causa, della causa tra Dio, il giusto e i malvagi, compimento che è avvenuto sotto le parole scritte davanti a tutta l’umanità: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”.

Giobbe attende di vedere Dio. Non nel senso del settimo cavalleggeri che lo tira fuori dai guai, ma nel senso biblico, attende di morire.” Vedere Dio nella Bibbia vuol dire morire. Ebrei 10,31: È terribile cadere nelle mani del Dio vivente. Nell’attesa di essere davanti a Dio, Giobbe non si giustifica da sé. Né davanti agli uomini, né davanti a Dio. Soprattutto, non si difende accusando falsamente se stesso. I mostri vogliono questo, vogliono che rinneghi la giustizia che il tuo cuore ha conosciuto. Lo vuole il Grande Fratello di Orwell come lo volevano i padri dell’inquisizione romana. Se non ti pentivi, per loro era una sconfitta. Giobbe non rinnega la giustizia che ha conosciuto, e nemmeno si giustifica con questa. Non usa la sua giustizia per avere qualcosa da Dio e nemmeno la rinnega per finirla lì, per dire: “Va bene. Avete tutti ragione e io da solo ho torto, e adesso lasciatemi in pace!”. No. Giobbe non sa più niente se non qualcosa di Dio. “Io so che il mio Redentore vive”. Sa che dopo tutto questo, dopo abbandoni, sofferenze, domande, discorsi, discussioni, polemiche, moralismi, elucubrazioni, incomprensioni, “Perché a me?”, “Non posso accettare…”, “Che cosa hai fatto per avere tutto questo…” … siamo davanti a lui, in quella verità che è solo nei suoi occhi, e siamo accolti e assolti da lui, non perché ne siamo degni, ma perché Dio è buono, è misericordioso, e vuole darci la sua grazia. Giobbe non ha nulla e non è nulla agli occhi del mondo se non la vita, l’azione, la potenza di Dio che per lui sono salvezza, accoglienza, grazia e misericordia.

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  • Data: Marzo 21, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Giobbe 19, 17-25