Genesi 12, 1-4
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Il SIGNORE disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò; io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
Abramo partì, come il SIGNORE gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran.

 

Predicazione tenuta domenica 17 luglio 2022
Testo della predicazione: Genesi 12, 1-4
Predicatore: pastore prof. Paolo Ricca

 

Cari Fratelli e Sorelle,

Abramo aveva 75 anni quando fu chiamato da Dio e questa chiamata rivoluzionò la sua vita. A 75 anni udì per la prima volta nella sua vita la Parola di Dio. Non è mai troppo tardi per ascoltare la Parola di Dio, e non è mai troppo presto. La puoi ascoltare da bambino, oppure a venti, quaranta, sessanta o ottant’anni. Ogni anno è buono, ogni giorno, anche il giorno di oggi, sì, anche il giorno di oggi può essere quello buono. 75 anni! Se Abramo fosse vissuto nel nostro tempo, sarebbe stato un pensionato. Dio chiama un pensionato e ne fa il capostipite del suo popolo. Noi avremmo scelto un giovane o un uomo di trent’anni, nel fiore della vita e delle forze. Dio sceglie un pensionato. Sceglie uno che noi non avremmo mai scelto. Come sono diversi i pensieri di Dio dai nostri. E Dio sceglie un pensionato non solo come capostipite del suo popolo – tutti gli Ebrei saranno chiamati «figli di Abramo» –, ma decide di associare il suo nome a quello di Abramo: Dio sarà chiamato «il Dio di Abramo», al quale poi si aggiungeranno il nome del figlio Isacco e del nipote Giacobbe: così Dio sarà chiamato «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe». Anche Gesù lo chiama così, e anche noi volentieri lo chiamiamo così. Il nome di Abramo qualifica il nome di Dio! Dio sceglie di diventare per sempre il “Dio di Abramo”! Vedete quante cose importanti Dio aveva in mente di fare con questo pensionato di 75 anni, che ha assunto un valore eccezionale nella storia della fede ebraica e cristiana.

Abramo era un pensionato, ma un pensionato benestante, uno che stava bene, era persino diventato ricco, e si stava giustamente godendo i frutti di una vita di lavoro: non aveva problemi al alcun genere, stava in buona salute, aveva buoni rapporti con gli altri membri del suo clan, insomma  si trovava in una situazione invidiabile. Ed ecco che improvvisamente, in maniera del tutto imprevedibile, a sorpresa, Abramo si sente chiamare. Chiamare da chi? Non lo sa. È una voce sconosciuta, mai udita prima, ma è una voce che comanda e vuol essere ubbidita, come se fosse la voce di un Dio. Abramo aveva i suoi dèi, quelli del suo clan, ma il Dio che lo aveva chiamato non era uno di loro. Era un Dio sconosciuto, che Abramo non sapeva neppure che esistesse. Così accade sempre: quando Dio ci chiama, non lo conosciamo ancora, anche se ne abbiano sentito parlare e forse pensiamo di conoscerlo. Ma la vera conoscenza di Dio si ha solo quando egli ci chiama, cioè quando si rivolge a noi personalmente: allora cominciamo a conoscerlo davvero. Così è successo ad Abramo: non sapeva nulla di Dio fino a 75 anni, ma poi lo ha conosciuto da vicino come pochi altri, tanto che la Bibbia lo ha chiamato “l’amico di Dio”. E che cosa ha detto ad Abramo la voce di questo Dio ancora sconosciuto? Gli ha detto tre cose strane, una più strana delle altre, davvero molto strane. Le tre cose sono un ordine, un vero e proprio comandamento, e poi due promesse, anzi tre. Vediamo un po’ più da vicino questo comandamento e queste tre promesse.

Il comandamento è impressionante per la sua radicalità: «Vattene dal tuo paese, dalla casa di tuo padre, dal tuo parentado, nel paese che io ti mostrerò». Un comandamento quasi crudele. Se quest’ordine fosse rivolto a un ventenne, all’inizio dell’avventura della vita, si potrebbe anche capire. O per scelta, ma più spesso per necessità, sono in molti quelli che devono lasciare la loro casa, la loro famiglia, e la loro patria, e devono emigrare. Può darsi che anche in questa assemblea ci siano persone che hanno dovuto fare l’esperienza di Abramo: abbandonare tutto e cambiare persino continente! Ma la grande differenza con Abramo, è che lui non aveva nessuna necessità di emigrare, al contrario: stava benissimo dov’era, era un pensionato sereno e soddisfatto, che si stava godendo i frutti di una vita di lavoro. Ora Dio viene a sconvolgere la vita di un uomo di 75 anni, chiedendogli di lasciare tutto, rompere con il suo passato, con la «casa di suo padre», cioè con la sua famiglia di origine, con tutte le generazioni precedenti che vengono elencate al capitolo 10 e che risalgono nientemeno che fino a Sem, uno dei tre figli di Noè – dunque una nobile ascendenza aveva Abramo alle sue spalle. Dio ora gli chiede di abbandonare tutto questo nobile passato nonché il suo felice presente, e partire per una terra sconosciuta, cioè gli chiede di rinunciare a tutto quello che aveva ricevuto e aveva lui stesso costruito nel corso di una vita intera per avventurarsi verso un futuro ignoto, Ditemi voi se questo comandamento perentorio a una persona di 75 anni non è un po’ crudele! A me sembra che lo sia! Se questo comandamento fosse stato rivolto a me, vi confesso che non so come avrei risposto. Abramo ubbidì senza fiatare e partì, «come l’Eterno gli aveva detto» (v. 4). Io non so, francamente, se avrei avuto abbastanza fede in Dio per rispondere come ha risposto Abramo. Temo di no.

Ma che cosa significa questo comandamento tanto radicale e anche – così ci sembra – un po’ crudele? La storia di Abramo infatti, oltre che vera, cioè realmente accaduta, è anche simbolica, esemplare, rappresentativa. E che cosa rappresenta questa storia? Lo dice bene l’apostolo Paolo quando chiama Abramo «padre di noi tutti», «padre di molte nazioni», «padre dei credenti». Abramo è l’emblema dell’uomo o della donna di fede. Se vuoi sapere che cosa significa «credere» nel senso biblico della parola, cioè che cosa ha significato per gli uomini e le donne della Bibbia, vai a chiederlo ad Abramo, ed egli te lo insegnerà. E noi lo vediamo bene che cosa ha significato «credere» per Abramo: ha significato ubbidire alla Parola di Dio, per quanto strana, per quanto scomoda, per quanto difficile da accettare essa sia – ubbidire a Dio senza discutere, senza obbiettare, senza far valere le nostre ragioni. Quante ne avrebbe Abramo per non ubbidire! Anche noi, spesso, nella nostra vita, avremmo delle ragioni da far valere per non ubbidire. Abramo ubbidì, senza discutere, senza far valere, ad esempio, la sua età già avanzata, oppure i suoi doveri di figlio verso suo padre, che era ancora in vita. Mille ragioni possibili e plausibili. Anche noi avremmo sempre tante ragioni da far valere. Abramo non ne fece valere nessuna: ubbidì e partì, «come l’Eterno gli aveva detto». Per questo, e solo per questo, divenne «padre dei credenti» – non solo capostipite del popolo ebraico, e quindi padre di tutti gli ebrei, ma anche padre di noi che non siamo ebrei, non però per discendenza etnica ma per discendenza spirituale, dato che siamo andati alla scuola di Abramo, perché vorremmo imparare a credere, e questa lezione non s’impara in un giorno e neppure in un anno, ma dura tutta la vita.
E che cosa stiamo imparando alla scuola di Abramo, dalla storia della sua vocazione – anche se sappiamo che dovremo imparare tante altre cose da altri momenti della sua storia –? Ma intanto oggi ne impariamo due.

[a] La prima è che l’avvento della fede comporta una rottura nella nostra vita, un taglio netto, una cesura. C’è un prima e un dopo. I cristiani antichi, proprio per significare questa rottura, spesso, ricominciavano a contare i loro anni dal momento della loro conversione o del loro battesimo: Così potevi incontrare un uomo di cinquant’anni e se gli chiedevi: «Quanti anni hai?», poteva risponderti: «Ho tre anni!» perché era diventato cristiano tre anni prima. Quando la fede occupa il cuore di una persona, allora Dio e il prossimo diventano centrali, e questa doppia centralità cambia tutto: l’intera vita di quella persona viene ridisegnata; nuove priorità, nuovi valori, nuovi pensieri, nuovi discorsi, nuovi comportamenti. «Le cose vecchie sono passate, ecco son diventate nuove». Questa è la prima cosa che s’impara alla scuola di Abramo: «Vattene dal tuo paese, dalla casa di tuo padre» vuol dire «Abbandona il tuo passato, abbandona la tua vecchia vita e comincia qualcosa di nuovo con Dio».

[b] Ma poi c’è una seconda cosa che impariamo alla scuola di Abramo, ed è che credere significa mettersi in cammino: quando arriva la fede, non puoi più restare dove sei, devi metterti in viaggio: la fede è un viaggio, un viaggio in due direzioni: un viaggio verso Dio, che è sempre oltre, e un viaggio verso noi stessi, perché non ci conosciamo mai fino in fondo. Questo viaggio dura tutta la vita: anche questo lo vediamo bene nella storia di Abramo, che quando giunse nella terra che Dio aveva promesso di dargli – la famosa «terra promessa» – vi soggiornò «come in terra straniera, abitando in tende» (Ebrei 11,9), cioè in abitazioni provvisorie «perché aspettava la città che ha i veri fondamenti e il cui architetto e costruttore è Dio» (Ebrei 11,10). Cioè: quando Abramo arrivò nella «terra promessa», capì che la vera «terra promessa» non era quella, ma un’altra, e che quest’altra non è da cercare in questo mondo, ma è da cercare in Cristo, che ci ha introdotti nel Regno di Dio, e, come dice l’apostolo Paolo, «ci ha fatti eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo» (Romani 8,17). E ancora: «La nostra cittadinanza è nei cieli, dai quali aspettiamo il nostro Signore Gesù Cristo» (Filippesi 3,20). C’è un bellissimo documento cristiano del II secolo, che si chiama Lettera a Diogneto, che descrive perfettamente l’esperienza di Abramo che abitò nella «terra promessa» come «in terra straniera», che poi è l’esperienza di tutti i cristiani. Leggiamo in quel documento che i cristiani «abitano le proprie patrie, ma come forestieri; partecipano a tutti i doveri dei cittadini, e sopportano tutti i pesi dei forestieri; ogni terra straniera è una patria per loro, e ogni patria una terra straniera» (V,5). Ecco perché la fede è un viaggio che non finisce mai: perché nessuna patria terrena è la «terra promessa»; nessuna meta che nel cammino della fede possiamo raggiungere è il traguardo, sono tutte tappe di un cammino che si concluderà solo alla presenza di Dio. Abbiamo così concluso la spiegazione della prima parte del racconto della vocazione di Abramo, quella con al centro il comandamento: «Vattene dal tuo paese, dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò». E possiamo passare alla seconda parte, che è altrettanto importante, se non di più, perché contiene tre promesse, e le promesse di Dio sono sempre più importanti del suo comandamento, per quanto importantissimo esso sia.

Quali sono queste tre promesse? Siccome vedo che si è fatto tardi, dirò solo il minimo indispensabile.

La prima promessa, implicita, è la promessa di una discendenza: senza una discendenza, cioè un figlio legittimo di Abramo, le altre due promesse non sarebbero possibili. Sara, che era sterile, concepirà (non ci credeva neppure lei!) e darà alla luce un figlio, Isacco. Qual è il messaggio? È che Dio vince ogni nostra sterilità e crea la vita dove non c’era alcuna speranza di vita, crea un futuro dove non c’era alcun futuro.

La seconda promessa, esplicita, è che da Isacco, figlio della promessa, verrà fuori «una grande nazione». Che cosa vuol dire, qui, «grande»? Significa «numeroso»: si parla della grandezza dei numeri. Ma Gesù ci ha rivelato un significato completamente diverso: non più la grandezza dei numeri, ma quella del servizio: «Chi vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore» (Marco 10,43).

La terza promessa, anch’essa esplicita, è la più bella di tutte: è la promessa che Abramo diventi non solo «padre di molte nazioni», ma di tutta l’umanità, e non diventi solo «padre», ma «benedizione! In che modo? Attraverso il suo popolo, cioè attraverso il popolo ebraico e la Chiesa cristiana. E questa è la parola finale, il suggello di questo testo magnifico, che, come vedete, non parla solo della vocazione di Abramo, parla anche della nostra vocazione come Chiesa cristiana: Dio ci chiama a essere una benedizione per tutte le famiglie della terra. L’umanità dovrebbe poter essere felice che esista al mondo una Chiesa cristiana. Questa è la nostra vocazione come Chiesa. Essere nel mondo e per il mondo una fonte di benedizione, in modo che il mondo possa dire: «Sono proprio contento che esista la Chiesa cristiana!».

Amen.

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  • Data: Luglio 17, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Genesi 12, 1-4