Genesi 11, 1-9
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Tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. Dirigendosi verso l'Oriente, gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Scinear, e là si stanziarono. Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamo dei mattoni cotti con il fuoco!» Essi adoperarono mattoni anziché pietre, e bitume invece di calce. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra». Il SIGNORE discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano. Il SIGNORE disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l'uno non capisca la lingua dell'altro!» Così il SIGNORE li disperse di là su tutta la faccia della terra ed essi cessarono di costruire la città. Perciò a questa fu dato il nome di Babel, perché là il SIGNORE confuse la lingua di tutta la terra e di là li disperse su tutta la faccia della terra.

 

Predicazione tenuta domenica 5 giugno 2022
Testo della predicazione: Genesi 11, 1-9
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Liebe Schwestern und Brüder,

heute predige ich euch einfach einmal auf meiner Muttersprache. Schlieẞlich ist heute ja Pfingsten. Das müsste dann doch klappen [traduttore elettronico: Care sorelle e cari fratelli, oggi vi predico nella mia madrelingua. Essendo Pentecoste, dovrebbe funzionare].

Allora era tutto inutile: studiare faticosamente le lingue, girare il mondo, frequentare gli ambienti? Scrive Stefano Allievi, professore di sociologia a Padova: «La vera novità è l’efficacia sempre maggiore… dei traduttori automatici… Questo consentirebbe una comunicazione istantanea, a prescindere dalle lingue di appartenenza: Babele e Pentecoste insieme, riunendo il meglio di entrambe – consentendo la possibilità di parlare e dunque di mantenere le proprie lingue, ma capendosi ugualmente, senza bisogno di un occasionale miracolo dall’alto…» (cfr. Confronti, maggio 2021, p.37).

Vi cito questo per chiarire subito: questo antico racconto della Torre di Babele lo leggiamo oggi, alla festa della Pentecoste del 2022. Oggi la tecnologia sta unendo il mondo in un «villaggio globale». Oggi assistiamo a una vera estinzione linguistica: si contano ufficialmente 7000 lingue nel mondo. 3800, più della metà di queste lingue, nei prossimi 50 anni spariranno secondo l’Atlante delle lingue in pericolo dell’Unesco. Con le lingue avviene quel che succede con gli animali e la biodiversità: un numero impressionante di estinzioni, chi rimane sono solo i più forti, i «cleptoparassiti».

Leggiamo l’antico racconto della Torre di Babele oggi, Pentecoste 2022. Ma appunto ancora oggi lo leggiamo. Rileggiamolo allora.

Guardiamo la sua struttura: c’è una cornice, un principio e una fine che mettono in chiaro il tema, cioè la lingua e la composizione dell’umanità, due cose strettamente legate l’una all’altra. In principio appunto dice: Tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. In principio dunque una sola lingua. Poi c’è la migrazione: Dirigendosi verso l’Oriente, gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Scinear (l’odierno Iraq), e là si stanziarono. Ma gli uomini, cioè tutti gli esseri umani, l’umanità era ancora una sola tribù. Alla fine leggiamo che il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là li disperse su tutta la faccia della terra. In mezzo c’è la storia che racconta perché una sola lingua è diventata una gran bella diversità di lingue, perché una sola famiglia umana è diventata una gran bella diversità di esseri umani. Certo, non vuole solo spiegarci perché Babele si chiama «Babele», questa è solo un’ulteriore aggiunta. Ci vuole raccontare come siamo diventati tanto diversi, la genesi della nostra diversità linguistica e sociale.

E ce lo racconta in due parti: la prima, quel che vogliono fare e che fanno gli esseri umani; e la seconda, quel che fa e vuole fare Dio. Guardiamo dunque prima gli uomini e poi Dio.

Qui assistiamo a un’invenzione, a un progresso tecnologico che fonda quello civile: il mattone. Letteralmente, i primi mattoni della civiltà umana. Un passaggio di non poco conto: anziché tagliare faticosamente pietre, produrre masse di mattoni. La prima produzione di massa. Mattoni di allora che possiamo ancora oggi toccare con le nostre mani. Mattoni che ti permettono di costruire città, all’infinito. E gli uomini lo fanno: quel che possono fare lo fanno: venite, facciamo dei mattoni cotti con il fuoco! Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo. Unire e fare: non è forse quel che possiamo, quel che vogliamo, quel che crediamo di dover fare? Unire e fare: non è forse quel che crediamo di dover fare in chiesa? Esattamente quel che fanno i costruttori della torre di Babele!

Qui non si parla del voler raggiungere Dio, del voler essere come Dio. È solo la nuova possibilità che la nuova tecnica del mattone ci permette. Non si dice nemmeno che questa torre sia un edificio religioso o meno. Forse era piuttosto una torre di difesa. Una città con torre, come l’antica Babilonia fino alla costruzione di città con grattacieli. Non parlano di Dio, non pensano a Dio. Quel che possono fare lo fanno. Insieme. Ogni passo infatti inizia con la parola venite: venite, facciamo! venite, costruiamo! Anche in chiesa non facciamo altro: venite, facciamo! venite, costruiamo! senza pensare minimamente a Dio.

Le intenzioni umane vengono descritte così: acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia della terra. Umano, umanissimo: ambizione, avere un nome, essere qualcuno; e non essere soli, ma essere uniti. Non c’è tutta questa negatività come nel caso del diluvio. Certo, il diluvio precede il nostro racconto e il lettore sa che il cuore umano non concepisce disegni buoni. Qui si parla solo delle possibilità umane, fin dal principio, infinite, il mattone invita alla stessa riflessione che facciamo oggi sulla meccanica quantistica. Il progresso tecnologico è infinito. Detto diversamente: il nostro racconto, diversamente da tutti gli altri racconti simili dell’antico Vicino Oriente, non è contro la costruzione di una città e di una torre alta. Saranno la nostra civiltà ebraico-cristiana. Non è il racconto «Bibbia e agricoltura», «campagna contro città» dei vari «Trumpiani», populisti e fondamentalisti di oggi. Infatti, diversamente dai racconti simili di altre culture, Dio non distrugge né la torre né la città.

Ed ecco la seconda parte del racconto: quel che fa e vuole fare Dio. Dio scende. Due volte. La prima volta scende da solo per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano. È in fondo una cosa così piccola che Dio deve scendere per vederla. Dio scende, vede, studia, cerca di capire. Non scende come il dio dei talebani e fondamentalisti che arriva per distruggere l’opera umana. Ma arriva al cuore, al principio del loro lavoro. Non è tanto questa torre e questa città che gli danno fastidio. Anche le più grandi invenzioni e innovazioni umane, dal suo punto di vista, in fondo rimangono piccole. Piuttosto gli interessa il principio del loro lavoro. Che sta nella comune lingua. L’uniformità, l’unità umana, secondo Dio, non va bene. Perché l’unità, l’uniformità della lingua, e quindi della cultura, fa sì che nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. Non tanto la costruzione di questa città e di questa torre, ma in generale: uniti non avranno più limiti. Uniti siamo tremendi!

Come nel giardino Dio aveva constatato autocriticamente che Non è bene che l’uomo sia solo (Gen 1,15), che l’uomo non sia solo uno; e lo spezza: dalla costola gli crea l’opposto, il vis-à-vis che è come lui, la donna, la corona della creazione. Così ora deve constatare che questa umanità non è bene che sia una sola, unita in una sola lingua, in una sola cultura, in una sola intenzione e in un solo progetto. Dio vuole, Dio ama la diversità. E Dio non ama imporre la sua volontà come un uomo in divisa, o meglio in uniforme, ma prima discute in una specie di consiglio celeste, e poi scende la seconda volta, non da solo, ma al plurale: scendiamo. Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro!

Il suo intervento non è punitivo, ma preventivo, anzi, protettivo. Protegge l’umanità da se stessa. È l’ultimo tocco alla sua creazione, alle sue amate creature ormai in fuga da lui. Dio interviene curando: con la bontà e la bellezza della diversità. Dev’esserci un limite, un limite alla violenza umana, alla collaborazione che diventa complicità, all’unità che diventa potere, alla semplificazione che uccide le culture, all’ambizione umana che cancella la bellezza della biodiversità. La bellezza e bontà dell’uomo che Dio non vide dopo la creazione dell’uomo e della donna, l’aveva solo vista alla fine nell’insieme con tutte le sue creature. Riportare l’uomo nei suoi limiti creaturali, nella bellezza e la bontà dei suoi limiti creaturali, questo è il senso dell’intervento preventivo di cura, di amore, del Dio d’amore.

Dio non vuole l’unità (e che cosa predicano i costruttori della torre di Babele in tutte le chiese?), come ripetiamo talvolta incoscientemente con tutta la buona volontà umana, romana, imperiale della preghiera ecumenica. Dio vuole, più in profondità, una comprensione, una collegialità, una condivisione, comunione. La comunione dei cuori spezzati che amano. Ma non l’unità, che tutti parlano la stessa lingua e usano le stesse parole. Che tutti ritornano a essere una sola tribù, una sola famiglia della stessa cultura. Su questi progetti interverrà ancora oggi e sempre con una sana dispersione e una confusione salutare. Interverrà oggi ancora e sempre dicendo: guarda che ci sono anche altre lingue, guarda che ci sono anche altre culture! Ci sono solo maschi e femmine? Guarda che ci sono anche altri esseri umani! Pensi di aver capito come funziona? Va’ a studiare! La varietà, sempre anche novità, non è un male, ma un bene. Fa parte della buona creazione di Dio che mira alla bellezza della diversità, della molteplicità che mette un limite a tutte le costruzioni di unità umana che mirano a escludere la diversità, e con essa Dio stesso. Non pensano a Dio costruendo la torre, credono di avere altro e di meglio da fare. Non pensano a Dio costruendo la chiesa, credono di avere altro e di meglio da fare.

Anche a Pentecoste la bellezza delle diverse lingue e culture rimane. Quel che avviene è che si comprendono. Una comprensione nella diversità delle nostre città. Ben venga ogni tecnica e tecnologia a promuoverla. Ma certamente non basta un traduttore elettronico. Per comprendere una persona bisogna scendere. Come Dio. Più di una volta. Non temere né disprezzare la dispersione e la confusione. Potrebbero essere mandate da Dio stesso. Vivere serenamente nella Babele e nella Babilonia dei nostri tempi. Oggi. Ma questo è possibile solo se scendiamo nella profondità del principio, del cuore, della lingua, della cultura, della storia, del racconto dell’altro e dell’altra. L’ha fatto anche il redattore di questo racconto che ha messo la diversità di tutti gli esseri umani e di tutte le creature prima della storia della salvezza che parte dalla chiamata di Abraamo nel capitolo a seguire. Non è inutile studiare le lingue, migrare nelle culture. Emigrare non è un reato, ma la condizione umana biblica, voluta da Dio. Forse per intervenire sulla Torre di Babele Europa che vogliamo costruire. Studiare, migrare, ti dà una comprensione più profonda, e ogni comprensione profonda può diventare compassione, la compassione che ci insegna Gesù, che è Gesù stesso: mettersi nei panni dell’altro e dell’altra. Questo è Pentecoste. E ciò non avviene per mezzo della tecnica o della tecnologia, ma grazie allo Spirito di Dio. Che non è un «miracolo occasionale», ma il respiro, l’alito vitale di Dio che va oltre ogni lingua, oltre ogni cultura, oltre ogni chiesa, oltre ogni progetto umano, e ci tiene insieme, ci tiene in vita. Ora e sempre. In Cristo Gesù.

Dettagli
  • Data: Giugno 5, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Genesi 11, 1-9