Genesi 1, 24-31
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"Poi Dio disse: «Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie». E così fu. Dio fece gli animali selvatici della terra secondo le loro specie, il bestiame secondo le sue specie e tutti i rettili della terra secondo le loro specie. Dio vide che questo era buono.

Poi Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra». Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento. A ogni animale della terra, a ogni uccello del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento». E così fu. Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Fu sera, poi fu mattina: sesto giorno."

 

Predicazione tenuta mercoledì 17 novembre 2021
Testo della predicazione: Genesi 1, 24-31
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Care sorelle e cari fratelli,

il sesto giorno. L’ultimo, con il quale si conclude la creazione del cielo e della terra. E la conclude così: Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono.

Sì, questa è la conclusione della creazione. Conclusione che però non conclude, non chiude. Apre, apre a una visione nuova, a una prospettiva nuova sul mondo: Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono.

Queste parole finali vogliono che facciamo coro, coro con Dio, cantando questo suo canto, condividendo questa sua visione, questa sua prospettiva, che non conclude, non chiude, ma apre al mondo, alla creazione, a ogni creatura di Dio: Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono.

Questo canto, queste parole le conosciamo già. Ogni giorno, con qualche eccezione, si concludeva così; ogni opera, con qualche eccezione, si concludeva così. Parole ripetitive, mille volte ripetute, mille volte sentite, dopo duemilacinquecento anni di storia, cultura, fede ebraico-cristiana. Ormai acquisite, scontate, non ci facciamo più caso, ci siamo abituati. Una vita meccanica, monotona. Che non si lascia più sorprendere, stupire, meravigliare. Che tira le sue conclusioni, si chiude, che non si lascia più coinvolgere dalla bellezza e dalla bontà di queste parole di Dio, che non si lascia più incantare dalla bontà e dalla bellezza di questo canto del Dio Creatore. E con questo canto, con queste parole, perde anche la visione e la loro prospettiva, l’apertura della sua visione e della sua prospettiva: Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono.

Oggi troviamo due eccezioni in questo ritornello della creazione. La prima è che oggi Dio vede tutto quello che aveva fatto. La visione d’insieme. Certo, Dio vede tutto insieme, vede l’insieme di tutto. Ma poi, la visione d’insieme del mondo è anche ciò che distingue l’essere umano dalle bestie: abbiamo la possibilità di guardarci da fuori, di guardare il mondo dall’alto, da lontano, da una posizione da osservatore, sì da giudice, da difensore, ma il più delle volte, piuttosto da accusatore. Accusatore del mondo, della creazione, delle creature, del Creatore stesso. Se noi guardiamo tutto quello che aveva fatto, concludiamo piuttosto: non era buono, di certo, non molto buono, da mettere persino in dubbio che l’abbia fatto un Dio che vede e apre alla bontà e alla bellezza.

Pensate agli ebrei – ai quali pensano gli autori di questo capitolo. A loro avevano distrutto le case, la terra, la patria, il tempio, sono stati deportati in esilio a Babilonia. Loro e tutte le altre creature ferite, oppresse, distrutte sono interpellate e incoraggiate da queste parole a non perdere – malgrado tutto! – la visione, la prospettiva di Dio: Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono.

Sì, la visione di noi esseri umani rimane sempre condizionata e parziale, non vediamo mai tutto, e ci manca – oggi più che mai – una visione d’insieme, per l’umanità, per la convivenza fra umani, per la convivenza fra umani e animali, umani e tutte le altre creature, per l’intero pianeta. Certo che una tale visione che apre al futuro di questo pianeta non può che essere una visione, una prospettiva di bontà e di bellezza, almeno non può permettersi di perdere di vista questa visione del creatore della bontà e della bellezza.

La seconda eccezione sono le due parole: ed ecco. Esprimono lo stupore di Dio, la meraviglia di Dio. Dio stesso è sorpreso. E, allo stesso tempo, vuole trasmettere questo suo stupore, questa sua meraviglia, questa sua sorpresa a noi, condividerla con noi: per questo ci ha fatti. Ed ecco: nulla è scontato, nulla è acquisito, nulla è risaputo, nulla è concluso. Tutto potrebbe riaprirsi in ogni momento, tutto potrebbe essere diverso, tutto potrebbe essere anche buono, anche bello. In queste due parole incontri Dio, il Dio vivente: ed ecco. Non solo in principio, non solo «una volta», ma oggi. Ed ecco io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente, conclude, anzi, apre Gesù alla fine (!) il suo Evangelo (Matteo 28,20) a noi. Sì, questo sguardo di Dio che vede che tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono, dove lo incontriamo, se non nello sguardo con cui Gesù guarda colui e colei che incontra?

Una volta guardati da questo sguardo, che è lo sguardo del vero essere Dio e, allo stesso tempo, lo sguardo del vero essere umano: ed ecco, non c’è altro se non rispondere, anzi fare coro: eccomi. E qui abbiamo capito chi siamo: un eccomi, sono l’eccomi di Dio, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Abbiamo capito tutto, ma non abbiamo capito nulla. Tutto rimane mistero, meraviglia, stupore: bellezza e bontà. Sono sempre soprese. Dio stesso si lascia sorprendere dalla bontà e dalla bellezza delle sue creature!

Questo è lo spirito con cui guardare l’intera creazione, altrimenti non la vedi; questa è la luce alla quale ora anche guardare la creazione dell’essere umano, altrimenti non vedi che Dio creò l’uomo a sua immagine. Non è una scienza, una conoscenza, una sapienza, una filosofia, un dogma, ma un canto, una lode, una sorpresa meravigliosa.

L’essere umano non è l’unica opera del sesto giorno. Questa constatazione ci aiuta a ritrovare la giusta misura prima di montarci la testa. Il sesto giorno continua anzitutto la produzione affidata a madre terra di altri animali, selvatici e domestici. L’essere umano è solo uno degli esseri viventi benedetti da Dio (la benedizione sugli animali del sesto giorno manca, ma per la ragione pratica di non sovraccaricare ulteriormente questo giorno che già così è la metà dell’intera creazione). Fra questi esseri viventi c’è anche quest’essere vivente umano, sorprendente, eccoci. La benedizione degli esseri umani è la stessa degli animali del quinto giorno. Essere fecondi, moltiplicarsi, riempire la terra. La benedizione degli umani include però anche il rapporto con la terra e gli animali: rendetevela soggetta, dominate… sopra ogni animale… Certo, sul rapporto con la terra e gli animali si gioca davvero l’esistenza umana: abbiamo riempito la terra soprattutto di maiali e buoi, il loro numero supera di gran lunga quello degli umani stessi, e sta facendo scoppiare l’intero ecosistema. A dimostrazione della differenza di interpretazione di queste parole: un conto è interpretare il rendere soggetta la terra e il dominare sugli animali in una visione del mondo tutta nostra, industriale, edonistica, opportunistica, di assoluto potere, di potere assoluto – non dico di essere come Dio o di mettersi al posto di Dio, perché Dio non è così, questo non è il posto di Dio. Un altro conto è leggere, cantare queste parole nella visione del mondo di Dio. Si sente ancora lo stupore degli esseri umani rispetto al rapporto meravigliosamente possibile tra umani e animali: il pastore chiama e le pecore lo seguono, i buoi infinitamente più forti dell’uomo lo servono pazientemente, e anche con gli animali selvatici pericolosi, l’essere umano, in virtù della sua ragione, può trovare e realizzare una convivenza pacifica. In questa prima creazione nessuno uccide nessuno, non scorre nessun sangue. Non perché si vuole suggerire uno stato ideale del principio, un paradiso poi perduto, ma per sottolineare un'altra volta che questa creazione è di Dio, e non nostra, buona solo nella sua e non nella nostra visione, non la possiamo conoscere, sapere, non c’eravamo, non ce la possiamo rendere soggetta, non possiamo dominare sulla creazione di Dio (siamo dentro!). Abbiamo solo una responsabilità verso la terra e gli altri esseri viventi, tutti benedetti, come noi. Una responsabilità che ci dà la parola di Dio, senza di lei non abbiamo niente, non siamo niente, ci rimane solo una visione cattiva e brutta, una prospettiva brutta e cattiva. Senza alcuna sorpresa. Tutto acquisito, tutto scontato, tutto consumato fino ad esaurimento delle risorse. Solo nella visione, solo nella prospettiva di Dio, della lode, della compassione, dello sguardo di Dio come l’abbiamo percepito incontrando Gesù, vale la benedizione di renderci soggetta la terra e di dominare sugli animali. Nello spirito di questo Creatore che fa attenzione che tutti abbiano il loro cibo, che si prende cura degli esseri viventi.

La creazione degli esseri umani è la parte più ampia, più lunga, più larga, forse anche più alta e profonda, già quasi un piccolo racconto. Perché in origine i racconti della creazione del mondo e quelli della creazione degli esseri umani erano tradizioni separate, come dimostra anche il secondo racconto della creazione in Genesi 2. Tutto il materiale letterario che ha riempito la creazione degli esseri umani in questo sesto giorno c’era già; i sacerdoti di Babilonia l’hanno solo raccolto, aggiungendo il loro caratteristico: Dio disse, così fu, Dio vide e il verbo riservato esclusivamente a Dio, il verbo con i diritti d’autore di Dio: creare. Nella creazione degli esseri umani usato ben tre volte, come una formula misteriosa a indicare un rapporto del tutto speciale: Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. La sua creazione, con quella degli umani, giunge alla sua massima inaudita densità.

L’essere umano è l’unica opera di Dio introdotta da una decisione divina. Plurale. Condivisa. Condivisa con chi? Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza. Un plurale che si trovava già nei racconti egiziani e babilonesi. Una specie di consiglio, di assemblea degli dèi. È notevole che gli autori di Genesi 1, radicali monoteisti, abbiano lasciato questo plurale. Una forma di rispetto delle tradizioni, di inclusione, di apertura universale, ma anche per lasciare il mistero di quel misterioso fare, per esprimere l’inesprimibile, ancora una volta dichiarare il nostro sapere di non sapere nulla. Le stesse parole dell’immagine e della somiglianza nascondono più che rivelino. Dicono comunque entrambe la stessa cosa, con altre parole; è un tipico modo di parlare ebraico: tutte le cose si possono e si devono anche dire in altro modo. La stessa creazione della Genesi non si racconta una, ma due volte, in modo molto diverso. Allora c’è somiglianza fra noi e Dio? Noi assomigliamo a Dio e Dio assomiglia a noi? Se Dio ci ha fatti prendendo la sua immagine come modello, allora, guardando noi stessi possiamo immaginarci anche l’aspetto di Dio. Con questa interpretazione facciamo di Dio un essere umano e di noi degli dèi. Ma Dio non è maschio e femmina.

Nella tradizione occidentale abbiamo letto questa immagine e somiglianza di Dio sempre come un’affermazione sull’uomo, come se fosse una qualità dell’uomo, un qualcosa che l’uomo possiede. Ma il testo biblico non parla di una qualità dell’uomo. Racconta invece in che modo Dio l’ha fatto, in quale maniera Dio lo crea. Nel materiale dei testi egiziani e babilonesi viene raccontato così: Dio è un vasaio che forma l’argilla-uomo, e come modello per questa forma guarda altri dèi. Da qui non ci dobbiamo troppo allontanare, perché il testo dice proprio questo: Dio fa una scultura, un pezzo d’arte. Qui non c’è scienza, filosofia, massimi sistemi. Dio creò l’uomo a sua immagine, questo è. L’uomo non ha qualcosa di divino perché è stato creato a immagine di Dio. L’uomo creato a immagine di Dio è uomo, e basta. Anzi, uomo e donna, comunione, il creare di Dio è sempre orientato alla comunione, diretto verso la condivisione. Questa vuole quando crea: condivisione, comunione. Perciò crea. Per avere un interlocutore, un vis-à-vis, un opposto. Questo è il senso del discorso immagine e somiglianza: Dio ha creato gli esseri umani in modo che corrispondano a lui, che corrispondano con lui, che Dio possa rivolgere loro la parola, che noi possiamo parlare con Dio, di modo che possa nascere una storia tra Dio e gli esseri umani. Qui siamo nel primo capitolo della Bibbia, nella sua introduzione, nel suo principio: Dio vuole iniziare una storia con gli esseri umani.

Il clou di questo misterioso, inscrutabile e ininvestigabile, creare di Dio è questo: Dio creò l’uomo, in ebraico adam, collettivo: l’umanità, Dio non ha creato solo il primo uomo e poi è andato come è andato, no, Dio creò e continua a creare l’umanità, sempre e ovunque, come il suo opposto, il suo vis-à-vis il suo interlocutore, la sua condivisione, la sua comunione. Di più ancora: ogni uomo e ogni donna, ogni essere umano è creato a sua immagine e somiglianza, nessuno escluso. Vale per tutti coloro che incontriamo ogni giorno, credenti o non credenti, ebrei e greci, liberi e schiavi, maschi e femmine: con ogni essere umano Dio vuole avere la sua storia particolare, con tutti gli esseri umani sulla terra, di tutte le culture, di tutte le religioni, di tutte gli orientamenti sessuali: sì, certo, il matrimonio per procreare è benedetto fin dal principio, ma chi l’avrebbe mai messo in questione? Guai però a voler concludere da Genesi 1, a voler chiudere Genesi 1 in un codice civile (o, peggio, penale), escludendo anche solo una delle sue amate creature!

Il sesto giorno non chiude a nessuno, ma apre a tutti gli esseri viventi, animali e umani. Purché appunto umani. E, per essere, e rimanere umani, bisogna restare nella e mirare alla condivisione, alla comunione, con Dio e con il prossimo, con il simile, il nostro vis-à-vis.

Ecco il sesto giorno. Che giornata. Finisce col cibo, col nutrimento, se volete sì, a tavola. Con gli opposti che si assomigliano tutti, si guardano negli occhi, meravigliosamente si rispettano, si riconoscono, si limitano a quel che sono: umani. Come gli animali. Solo che gli animali lo fanno veramente, mentre noi ci montiamo facilmente la testa. Perciò abbiamo bisogno della sua parola come del pane quotidiano, per rimanere umani, per farci ancora sorprendere, rispondere e rinascere come degli eccomi che vivono gioiosi nella stupenda visione, nella meravigliosa prospettiva della bontà e della bellezza, sempre benedetti e guardati dal nostro Creatore: Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono.

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  • Data: Novembre 17, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Genesi 1, 24-31