Genesi 1, 1-2
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"Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque."

 

Predicazione tenuta mercoledì 6 ottobre 2021

Testo della predicazione: Genesi 1, 1-2
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Care sorelle e cari fratelli,

nel principio. Qui siamo nel principio. Nel principio di questa lectio continua sul primo capitolo della Genesi, il primo libro biblico che in ebraico si chiama secondo la sua prima parola Bereshit, cioè Nel principio.

L’abbiamo appena letto, riletto, riascoltato. Lo conosciamo bene, in parte anche a memoria, senz’altro la prima frase: Nel principio Dio creò i cieli e la terra. Da quando ci siamo questa parola c’è sempre stata, siamo cresciuti con questa parola, questa parola ci ha formati. Creati. Siamo parte di questa creazione.

L’abbiamo letto e lo rileggeremo anche nei prossimi mercoledì (per poi meditarne solo una parte). Come vi è sembrato, che cos’è che abbiamo appena letto, riletto, riascoltato? Sì, lo conosciamo, lo conosciamo come «racconto della creazione», oppure «il primo racconto della creazione», perché poi ne segue un altro, molto diverso. Un «racconto» allora, è un racconto. Ma che racconto è, senza alcuna drammaticità? Forse l’unico momento drammatico è l’atmosfera che si respira nei primi due versetti che mediteremo oggi. Un racconto monumentale, statico, senza interazione, senza trama e senza dramma. Certo, tutte queste cose sono ancora da creare: è un racconto che precede ogni altro racconto, solo alla fine viene creato anche l’uomo. Ma anche la creazione dell’uomo avviene senza alcuna drammaticità: lapidaria, monumentale, sì, fondamentale, tutta l’opera culmina lì, più che una creazione dell’universo, racconta la creazione dell’universo dell’uomo, ciò che interessa l’uomo, ciò che è di interesse per l’uomo. Ma tutto ciò si può chiamare un «racconto»?

L’autore o gli autori sono i sacerdoti dell’esilio babilonese, conoscono bene la Babilonia e i suoi racconti della creazione, sono tanti, uno di essi famoso, epico: Enumaelish. Ma è drammatico, una lotta sanguinosa. No, i sacerdoti non lo chiamano «racconto», ma scrivono alla fine: queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati. «Origini», in ebraico toledot, che sono le genealogie, come quella di Adamo nel quinto capitolo della Genesi, quando i sacerdoti riprendono il filo del loro «racconto», pardon, delle loro genealogie.

Quando noi l’abbiamo letto, riletto e riascoltato stasera, ci sembrava piuttosto un dipinto, una pittura. O anche una canzone con delle strofe, comunque con dei ritornelli. Un po’ poesia, un po’ prosa. Difficile dire cosa sia nel suo insieme, impossibile definirlo: è statico, monumentale, fondamentale, ma è impossibile fissarlo, definirlo, perché in divenire, originale, creativo. Ma gli autori non hanno voluto essere per nulla originali o creativi: l’origine è Dio, il creatore è Dio. Hanno soltanto voluto raccogliere, trasmettere ciò che hanno ricevuto in Babilonia: il materiale della scienza e della cultura di allora riletto, riascoltato alla luce della Parola di Dio, di un Dio che parla, un Dio che ha parlato al suo popolo nel dramma dell’esilio babilonese. Nella distruzione del tempio e della vita erige un monumento perenne: Nel principio Dio creò i cieli e la terra. Nella sottomissione a un despota, dipinge il ritratto di un Dio al plurale, attento, premuroso, sensibile, quasi innamorato, che non impone, ma promuove, lascia liberi, lascia vivere, benedice, gioisce; e di un uomo sociale, in pace, accolto, a casa, in armonia con tutte le amate creature di Dio. Nell’abbandono e nella solitudine canta la sinfonia della bellezza e della bontà della sua creazione. Nella morte intona la festa della vita. Alla fine celebra il principio. E questo principio diventa la porta d’ingresso dell’intera torà, il principio dell’intera Bibbia, l’ouverture che alla fine viene posta al principio delle scritture, per leggere l’intera Bibbia, l’intera vita, l’intera creazione alla sua luce.

Ne vogliamo ora celebrare i primi due versetti, il principio del principio. Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. E, prima di passarci parola per parola, guardarlo nel suo insieme. Due frasi principali, la prima: Nel principio Dio creò i cieli e la terra. E la seconda, fatta di tre frasi principali: La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.

Dunque: Dio crea dal nulla i cieli e la terra. Ma poi questa terra creata era informe e vuota, e dei cieli si perde per ora ogni traccia. Strana creazione questa di una terra così mal messa – beh, per essere l’inizio. Oppure c’era già qualcosa quando Dio creò i cieli e la terra, qualcosa appunto di informe e vuoto, tenebroso, abissale e liquido. Infatti, grammaticalmente è possibile tradurre le due frasi principali più legate l’una all’altra: Quando Dio iniziò a creare i cieli e la terra, la terra era informe e vuota… c’era già qualcosa, materia informe indefinita, indefinibile, ma c’era. Allora Dio non ha creato dal nulla, qualcosa c’era già, che Dio ha soltanto trasformato, messo in ordine.

Fin dal principio battaglie teologiche su queste interpretazioni, ma attenzione: entrambe sono possibili. Fin dal principio: da quando? Da quando queste parole sono entrate nelle teste che pensano in lingua greca. I nostri sacerdoti in Babilonia mettono semplicemente davanti a un materiale che hanno trovato, cioè che la terra era informe e vuota, che le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e che lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque, la prima ed ultima frase che l’uomo possa proclamare: Nel principio Dio creò i cieli e la terra. Di più non si può dire, ma neanche di meno. Dire che Dio ha creato dal nulla, non aggiunge nulla alla frase: Nel principio Dio creò i cieli e la terra, se mai ne toglie qualcosa.

Nel principio noi non c’eravamo. Inutile volerne sapere di più. Il principio è di Dio. Occasione per noi di rivedere tutti nostri principi, anche quelli sacrosanti. Ricordo quella bella meditazione di Bonhoeffer sul Salmo 119, o meglio sul cammino del lungo Salmo 119: siamo stati messi su questo cammino, su questa via che c’è da tempo, da tanto tempo. Non siamo al principio di questa via. Altri l’hanno percorsa prima di noi. Questa nostra strana fissazione di essere sempre al principio: da domani inizierò a fare il cristiano! Questa strana ossessione dei buoni propositi e dei «sani» principi, che ci rende eterni principianti. Invece abbiamo ricevuto molto più di quel che pensiamo, abbiamo ricevuto molto più di quel che crediamo. E siamo molto ma molto meno originali e creativi di quel che crediamo di essere. Nel principio noi non c’eravamo. Nel principio c’era solo Dio.

Anzi, non c’era Dio, ma Dio creò. In ebraico il verbo precede il soggetto: Nel principio creò e poi c’è Dio. In quanto creatore. Non lo puoi fissare, definire. Il verbo creare è riservato esclusivamente a Dio. Non c’eravamo nel principio e non ci siamo nel verbo d’azione creare, quello è solo di Dio. Mi domando: abbiamo ancora un verbo lasciato esclusivamente a Dio? No, perché ormai facciamo sempre tutto noi. Secondo i nostri sacrosanti principi. Persino salvare facciamo più noi che Dio. Che cosa lasciamo ancora fare – creare – a Dio? È già tutto conosciuto e scontato, ogni principio, ogni creazione, ogni Dio – o c’è ancora qualcosa di nuovo da scoprire con stupore?

Sentite queste prime parole, queste parole principali della vita, come ci svuotano, come ci liberano da noi stessi: Nel principio non c’eravamo, nel creare non ci siamo, non siamo Dio. Detto al plurale, elohim. Che può essere tradotto con un dio, il dio, ma anche déi e gli déi. Certo, all’epoca dei sacerdoti era già molto vicino a quel che diciamo quando diciamo Dio. Ci proiettiamo tutte le nostre conoscenze ed esperienze, ma in realtà, anche in Dio non ci siamo. Dio ci libera da noi stessi proiettati in Dio. Nel principio Dio creò si sottrae da ogni nostra conoscenza ed esperienza. Non è la parola della nostra conoscenza e della nostra esperienza, ma la parola che ci libera dalla schiavitù delle nostre esperienze e conoscenze. Nel principio Dio creò i cieli e la terra, finalmente ci siamo: i cieli e la terra. Ma appunto non ci siamo ancora. Tutte le altre creature ci precedono. Per il nostro bene. Se lasciamo loro la precedenza, sarà sempre per il nostro bene. Se saranno la priorità della nostra vita, sarà sempre per il nostro bene. Se appunto la parola che precede ogni altra Nel principio Dio creò i cieli e la terra ci libera da noi stessi, ci restituisce la consapevolezza, la coscienza di essere noi stessi tenebrosi, liquidi, abissali, informi e vuoti – anzi, direbbe l’apostolo Paolo, che non siamo – preparandoci in tal modo a una ricreazione, affidandoci completamente alle mani, alla bontà, alla bellezza, alla gioia del nostro Creatore.

È una creazione dal punto di vista della terra, dalla prospettiva dell’uomo, ma che vuole liberare l’uomo dalla sua presunta centralità e autoreferenzialità. I cieli e la terra esprime in modo ebraico la totalità. Noi, con le nostre teste greche avremmo detto: «il mondo» o «l’universo». Ma anche questi concetti totalizzanti oggi sono arrivati al loro limite; è meglio parlare di «mondi», «universi» o «galassie». Siamo da sempre preceduti da qualcosa di immensamente più grande di noi. La nostra prospettiva resta sempre limitata. Non a caso l’espressione ebraica è rimasta fino al giorno d’oggi, e con essa, la memoria che non c’è nulla di totalizzante, ma solo limiti; e che in questi limiti, nel riconoscerli sta il fascino segreto, la gioia, la pace e l’armonia che rende questa genealogia una poesia, un (in)canto. Che resiste nell’esperienza del caos primordiale, del tohuwawohu e del tehom: il suono di queste parole è minaccioso. La terra un essere che non è, insensata, incomprensibile, inesistente, sprofonda nel nulla, tenebrosa, liquida. Anche lo Spirito di Dio è ancora lì, piuttosto inattivo, più che altro un vento tremante. Questo secondo versetto non è tanto l’obiezione al nulla dal quale Dio crea, quanto il tentativo poetico di descrivere, dipingere e far sentire i suoni profondi e minacciosi del nulla. Il nulla non è un’astrazione matematica, ma l’esperienza traumatica del caos, del tohuwawohu dell’esilio babilonese e di tutte le sciagure e shoà in cui l’umanità e anche la nostra esistenza può sprofondare.

E qui c’è perfino qualcosa della drammaticità di un racconto nel passaggio da questo caos primordiale alle due parole che sono il cuore dell’intera Bibbia: Dio disse.

Anche e soprattutto in queste condizioni desolate: Dio disse. L’evangelista Giovanni ci fa rileggere, riascoltare, ci dipinge e canta queste toledot così: Nel principio era la Parola.

Dio disse, Dio ha parlato. In questi ultimi giorni – come scrive in principio la lettera agli Ebrei – ha parlato anche a noi (Ebrei 1,2).

Dettagli
  • Data: Ottobre 6, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Genesi 1-2, 4