Esodo 34, 29-35
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"Poi Mosè scese dal monte Sinai. Egli aveva in mano le due tavole della testimonianza quando scese dal monte. Mosè non sapeva che la pelle del suo viso era diventata tutta raggiante mentre egli parlava con il SIGNORE. Aaronne e tutti i figli d'Israele guardarono Mosè, e videro che la pelle del suo viso era tutta raggiante. Perciò ebbero paura di avvicinarsi a lui. Ma Mosè li chiamò, e Aaronne e tutti i capi della comunità tornarono a lui, e Mosè parlò loro. Dopo questo, tutti i figli d'Israele si avvicinarono, ed egli impose loro tutto quello che il SIGNORE gli aveva detto sul monte Sinai. Quando Mosè ebbe finito di parlare con loro, si mise un velo sulla faccia. Ma quando Mosè entrava alla presenza del SIGNORE per parlare con lui, si toglieva il velo, finché non tornava fuori; poi tornava fuori e diceva ai figli d'Israele quello che gli era stato comandato. I figli d'Israele, guardando la faccia di Mosè, vedevano la sua pelle tutta raggiante; Mosè si rimetteva il velo sulla faccia, finché non entrava a parlare con il SIGNORE."

 

Predicazione tenuta domenica 30 gennaio 2022
Testo della predicazione: Esodo 34, 29-35
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

oggi la parola ci fa mettere nei panni di Mosè. Ecco, oggi siamo nei panni di Mosè. Anzi, nella pelle di Mosè. Ecco, siamo nella pelle di Mosè che scende dal monte Sinai. Scendiamo dal monte della trasfigurazione. Scendiamo dall’alto. Scendiamo dai momenti alti della nostra memoria ormai trasfigurati. Scendiamo per incontrare la nostra gente. Per ritornare nella nostra realtà. Bisogna scendere. Non scendiamo mai abbastanza. Bisogna scendere. Dio stesso è sceso. Per entrare nella nostra realtà e incontrarci.

Scendiamo con Mosè dal monte Sinai. L’unica cosa che abbiamo in mano sono le due tavole della testimonianza.

La prima tavola, il rapporto con Dio, ci fa salire al di sopra di noi in Dio per fede. La seconda tavola ci fa scendere, per amore, al di sotto di noi, nel nostro prossimo (Lutero, Libertà del cristiano). Al di sotto di noi. Nella misura della forza acquistata al di sopra di noi possiamo anche scendere al di sotto di noi: l’unica via (la porta stretta) per risolvere conflitti…

Saliamo con Gesù sul monte della trasfigurazione. È bello stare qui, vogliamo restare qui, mettere su casa, lassù, dove si sta bene al di sopra di ogni problema, al di sopra di ogni dubbio, al di sopra di noi stessi. Peccato, dobbiamo scendere nella nostra realtà, nei nostri panni, nella nostra pelle. Per amore.

Eh già, come portare l’esperienza della fede nella nostra realtà? Come comunicare quel che abbiamo sentito sul monte di Dio alla nostra gente? Come trasmettere Dio al nostro prossimo?

E qui c’è qualcosa che Mosè non sapeva. Ecco, questo non sapere è qualcosa di importante, di molto prezioso. Se ci mettiamo nei panni di Mosè, se siamo nella pelle di Mosè, non è che sappiamo: eccoci qua, eccolo qui Dio. Mose non sapeva. Dopo aver incontrato Dio, dopo aver parlato con Dio, dopo essere stato a faccia a faccia, a tu per tu, con Dio, c’è qualcosa, c’è anzitutto qualcosa che Mosè non sapeva.

Mosè non sapeva che la pelle del suo viso era diventata tutta raggiante mentre egli parlava con il Signore…

C’è qualcosa nel nostro viso, diciamo anche: «scritto in faccia», c’è qualcosa sulla pelle del nostro viso che non sapevamo.

Lo vedono gli altri. Ma noi non lo vediamo. Non lo sappiamo. Ecco la pelle dei nostri visi…

Quando ritorni in Africa, la tua gente nota che sei stato dai «pallidi», notano che al tuo viso manca la brillantezza e il profondo colore. Quando ci esponiamo troppo al sole: ecco, l’incontro a faccia a faccia, a tu per tu, con il sole lascia indubbiamente il segno sulla nostra pelle un po’ più delicata. Quando stiamo bene e quando stiamo male, si vede, si legge sulla pelle del nostro viso. Non è mai cosa molto bella e gradita, anzi, quasi sempre un po’ invadente e offensivo, parlare della pelle del viso altrui.

Qualche volta anche quando è inteso come un complimento o un incoraggiamento. Facilmente ci possiamo sbagliare nella lettura del viso altrui.

Particolarmente infame è lo sfregio del volto di cui sentiamo spesso nella cronaca, come se fosse l’altra faccia dell’epoca dei «selfie».

La nostra pelle: l’organo più esposto e sensibile, che comunica anche quando non vogliamo comunicare. Oppure viene usata disperatamente per comunicare: truccandola, tirandola, tatuandola, lampadandola…

Comunque nella nostra pelle del viso c’è qualcosa di coloro che abbiamo incontrato, a faccia a faccia, a tu per tu. Nella pelle del nostro viso si può vedere dove e con chi siamo stati. Ma appunto ci possiamo anche sbagliare…

Il viso di Mosè – leggiamo qui – è raggiante. Sfolgorante. Perché ha parlato, ha incontrato Dio, che è luce, gloria, fuoco, splendore raggiante. Ma la stessa parola in ebraico può significare anche «avente le corna». Infatti, la Vulgata traduce cornuta esset facies. Una faccia cornuta. Michelangelo ha fatto il suo Mosè cornuto, ma anche raggiante, conoscendo entrambe le varianti ebraiche. Ma anche Chagall dipinge un Mosè cornuto, mentre l’avrebbe potuto facilmente rendere raggiante. Se dunque fosse la traduzione giusta quella della faccia cornuta, Mosè dov’è stato e con chi? Quale volto ha mai visto e dove? Beh, prima di pensare a sua moglie Sefora, potrebbe essere un riflesso di altre corna, cioè del vitello d’oro. Proprio, mentre Mosè parlava con Dio sul monte, i figli d’Israele con Aaronne avevano ballato attorno all’idolo e letteralmente messo le corna a Dio. Mosè era sceso e aveva visto tutto, spaccando le due tavole della testimonianza. Ora è la seconda volta che scende con quest’altra esperienza ancora scritta in faccia.

Nella faccia di Mosè sono dunque scritti entrambi, Dio e il suo popolo, le due tavole della testimonianza. Ma qui, in questo contesto, in combinazione con la pelle del viso, la traduzione preferibile è senz’altro quella del volto raggiante che riflette l’incontro con Dio.

Di cui Mosè, però, ancora non sa niente. Gli altri lo vedono. Ma non glielo dicono. Mosè potrebbe intuire che qualcosa non va con la sua faccia, perché ebbero paura di avvicinarsi a lui. Ciò che dovrebbe facilitare la comunicazione di Dio, cioè l’aspetto divino, in realtà, la rende più difficile. Oppure: il rapporto così intenso e caratterizzante con Dio rende impossibile il rapporto con gli altri. Immagini troppo immediate creano spavento. Le Immagini non possono rimanere da sole. Le Immagini richiedono la parola, perché è la parola a creare fiducia: Mosè li chiamò, e Aaronne e tutti i capi della comunità tornarono a lui, e Mosè parlò loro… la parola crea fiducia, anche se la faccia di Mosè è inquietante. L’immagine, per quanto sia bella, affascinante, rimane sospetta. Mentre la parola crea fiducia, e l’immagine – della quale anche Mosè in qualche modo si sarà ormai accorto – passa in secondo ordine.

Il viso raggiante di Mosè è causato dal parlare con Dio, è stato creato dalla parola di Dio. La parola crea l’immagine. E l’immagine, a sua volta, richiede la parola. Rimane sospetta una chiesa che vuole comunicare quanto sia raggiante, sfolgorante, quanto sia e si senta essere lo splendido e glorioso riflesso di Dio, comunicare la sua immagine, facendo a meno della sua parola. Non avrebbe un viso raggiante, ma piuttosto una faccia cornuta.

Ecco, il gesto fine del velo, espressione fine e significativa come quella dello scendere dall’alto e del non sapere, comunica più di ogni volgare ostentazione.

Siamo talvolta accusati di essere troppo riservati e modesti, di essere troppo poco raggianti e sfolgoranti. Dobbiamo essere più espliciti, efficaci nella comunicazione mediatica. Una canzoncina semplice da imparare in due minuti ti entra subito, subito ha un suo effetto. La musica di Bach, invece, richiede impegno, studio… ma alla fine ti consola veramente, anche sul letto di morte, perché ti mette la parola, la gloria della parola di Dio nelle profondità delle tue viscere.

Nella trasmissione di Dio oggi dobbiamo evitare quel che in lingua yiddish si chiama kitsch. Viene appunto dalla parola yiddish verkitschen, cioè vendere a buon mercato. Un effetto immediato, ma, a lunga vista, non aiuta nemmeno la chirurgia estetica.

Un buon attore che deve mettere in scena p.e. un ubriaco, non fa l’ubriaco, sarebbe ridicolo e volgare. Per fare l’ubriaco, il buon attore cerca di nascondere il fatto di essere ubriaco. Mosè si rimetteva il velo sulla faccia, finché non entrava a parlare con il Signore… parlare con il Signore è qualcosa di molto prezioso, qualcosa che ha a che fare con l’amore. Il viso raggiante di Mosè è anche un rossore, un pudore, una certa vergogna, i bergamaschi direbbero: «poca fiamma ma molta brace». Perché questo Dio, questa parola di Dio è la passione della sua vita. Ne parla solo con persone con cui parla, è in dialogo, ha un rapporto di fiducia. Altrimenti comunica rimettendo il velo sulla faccia, nascondendo il tesoro, come quell’uomo della parabola di Gesù che, dopo averlo trovato, lo nasconde nel campo, va, vende tutto ciò che ha e cosa fa? Compra il campo.

Non dobbiamo preoccuparci di come trasmettere Dio. Dobbiamo rimanere in dialogo con Dio. Parlare con Dio. Non cercare visibilità. Ma cercare Dio.

Mettendoci nei panni, anzi, nella pelle di Mosè. Delle Scritture. Rivestendoci ogni giorno di Cristo. Qualche riflesso ne rimarrà. Anche se non lo sappiamo. Lo scoprirà la serva nel cortile del tribunale, dicendo al malcapitato Pietro: Anche tu eri con Gesù il Nazareno… il tuo parlare ti tradisce.

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  • Data: Gennaio 30, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Esodo 34, 29-35