Atti degli Apostoli 17, 22-34
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"E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areopago, disse: «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al Dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve l’annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mano d’uomo; e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Difatti in lui viviamo, ci muoviamo e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: “Poiché siamo anche sua discendenza”. Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana. Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo che egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti». Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano. «Su questo ti ascolteremo un’altra volta». Così Paolo uscì di mezzo a loro. Ma alcuni si unirono a lui e credettero, tra i quali anche Dionisio l’Areopagita, una donna chiamata Damaris, e altri con loro."

 

Predicazione tenuta domenica 25 aprile 2021

Testo della predicazione: Atti degli Apostoli 17, 22-34

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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L’Areopago di Atene è una collinetta brulla di poche centinaia di metri quadri. Ci sono stato. Ma è il centro del mondo, il centro del nostro mondo. Il luogo che ha visto il cambiamento di Atene da monarchia a democrazia. È il luogo della libertà di pensiero e di parola. La libertà dell’occidente –incompleta e molto migliorabile, ma da preferire alla libertà della Repubblica popolare cinese  o a quella della Corea del Nord – la libertà dell’occidente nasce su quella gobba di terreno. Qui l’apostolo Paolo proclama il Vangelo di Dio. In questo luogo, con i capannelli di gente che discutono di politica e di sport, o qualcosa tra alcuni amici che sanno tutto delle novità… oggi sarebbero le novità del mercato del computer, degli iphone e delle automobili, facebook e qualche talk show, tutto insieme. Questo era l’areopago di Atene: il luogo in cui la città regina della civiltà, si informava liberamente sulle novità. Per gli uomini liberi di Atene l’areopago, cioè la politica, la filosofia, la poesia e la religione, era il lavoro. Perché quello materiale era roba da barbari e da schiavi.

“Il Dio sconosciuto ve lo annuncio”. Il Dio che dà vita a tutta l’umanità, il Dio che è libero dalle proiezioni dell’umanità, il Dio che vince la morte per l’umanità. Questo è il Vangelo: Dio ti dà vita, Dio non si lascia determinare da quello che pensi di lui, Dio ti ha storicamente liberato dalla morte. Non dal morire, ma dalla morte. Questo è il Vangelo che l’apostolo Paolo proclama nel cuore della civiltà e della libertà.

La prima parte del discorso dell’Apostolo riguarda il Dio che ha chiamato ogni cosa all’essere e alla vita, il Signore del mondo e di tutti i popoli presenti sulla terra. Tutto ciò che vedete e siete, Dio ha dato. Dio ha dato a tutti, perché ha creato tutti i popoli. Il Dio sconosciuto che viene annunciato. Non è un dio di settore. Pretende di essere l’unico e pretende di essere per tutti. Ha portato tutti i viventi all’esistenza. Ma capite che cosa sta dicendo quell’uomo e dove lo sta dicendo? Nel cuore della civiltà classica che non solo accettava il fatto che gli esseri umani fossero divisi tra greci e barbari, ma che considerava questa divisione il proprio irrinunciabile caposaldo. Così pensavano i greci: Gli altri sono i barbari! Non hanno la nostra democrazia,non hanno la nostra cultura, non hanno la nostra filosofia, non parlano bene la nostra lingua e non la parleranno mai bene (la parola greca “bàrbaros” ha un’origine onomatopeica: “barabababà”, che burla il modo di parlare dei non greci). E gli altri, i barbari, sì, di interessante hanno solo la religione… troppo gli manca per essere come noi, e se diventeranno come noi, allora non ci sarà più la nostra civiltà, la nostra città, la nostra cultura. Questo reggeva il cuore della civiltà, era quell’Atene che si era opposta a re Filippo di Macedonia perché era un macedone, e quindi non era un greco DOC, era solo un mezzo greco. Ora, arriva Paolo, questo barbaro, questo ebreo a dire che il dio sconosciuto è sovrano di tutti i popoli, diversi, ma non possono essere divisi, perché hanno origine nello stesso Dio. Ma questo è il mondo alla rovescia! Come fa questo barbaro ebreo a dire che il Dio sconosciuto è creatore allo stesso modo di me, cittadino della prima democrazia del mondo, e di un barbaro, di uno schiavo del suo re, del suo lavoro, della sua economia, del suo Stato… ma questo Dio sconosciuto avrebbe dato la vita tanto a me quanto a uno schiavo?  Questo è l’effetto della predicazione di Paolo agli ateniesi, è il mondo alla rovescia!

In quanto non dipendente dal mondo che ha creato, il Dio creatore è soprattutto un Dio libero. Dio non abita in templi costruiti da mano d’uomo, non è servito dalle mani dell’uomo come se ne avesse bisogno, perché il suo rapporto con gli umani dipende esclusivamente da lui. L’antichità classica si era immaginata degli dei che abitano in un mondo speculare al nostro, con caratteristiche conoscibili, meditate nelle tragedie esistenziali di Eschilo e irrise nei dialoghi di Luciano. Così il vero Dio è per l’antichità classica un dio sconosciuto, perché l’antichità conosce o nella similitudine o nel possesso. Modi diversi di proiettare in cielo le aspirazioni e gli ideali nati e partoriti qui in terra. Il dio di noialtri, il dio a modo mio, questo conosce, con diversi gradi di raffinatezza, questo conosce l’antichità classica. Ora, il Vangelo di Dio non è proiezione, è contro le proiezioni. Il Vangelo di Dio è rivelazione. Non è tentativo umano di creare il divino con il proprio desiderio, ma è parola di Dio, non gestibile dall’umanità, non compromessa col desiderio umano, ma promessa di Dio che si svolge nella Storia. Dio non vive nel tuo desiderio, questo dice l’apostolo Paolo agli ateniesi. Voi vivete perché Dio vuole così, non lui vive perché voi avete appiccicato sulla volta del cielo della bella roba che pensate e desiderate voi! Voi lo volete lontano, ci sarà tempo per Dio, invece è un Dio vicino. Non è lontano da ciascuno di noi, in lui noi viviamo, ci muoviamo e siamo. Dio è vicino, ma l’essere umano non è in grado di vederlo e di conoscerlo. L’essere umano è come bendato, dice appunto, cerca Dio a tastoni. Al massimo potrà averne una vaga intuizione, come se camminasse in una stanza buia e piena di mobili cercando di farsene un’idea procedendo a tastoni. Poi, quando la luce si accende, la stanza si mostra sempre molto diversa da come immaginavamo. L’unica luce è la rivelazione: “Quel Dio sconosciuto io ve l’annuncio”. Rivelazione, non proiezione. Parola di Dio e non desiderio umano. Dio vivente e non statue d’oro. Il Dio sconosciuto si è fatto conoscere in Cristo, ed è proclamato dalla predicazione degli Apostoli. Questa è l’unica possibilità di lasciar cadere la benda per vedere con chiarezza quel Dio che prima non era conosciuto, ma soltanto vagamente intuito.

Infine, la vittoria della predicazione dell’Apostolo. Dio “ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo che egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti”. Qui il pubblico reagisce male, e il discorso finisce. La civiltà greca aveva imparato a vincere il morire. Il discorso funebre, l’usanza che a un funerale si parli sul morto, sulla sua vita e sulla sua virtù, è nato nell’Atene di Pericle. A Maratona, a poche ore dallo scontro con gli “Immortali”, la divisione d’élite del re di Persia, gli opliti ateniesi si pettinavano i capelli lunghi: era bello morire per la democrazia, per la civiltà e per la città, perciò si andava a morire belli. Socrate beve la cicuta nel rispetto alla legge di Atene, che l’errore giudiziario non inficiava, e questa legge di Atene valeva più della propria vita. Insomma, gli ateniesi avevano saputo vincere il morire. Allora, perché burlano l’Apostolo che parla loro della resurrezione di Cristo? Perché la resurrezione non è la vittoria sul morire, è la vittoria sulla morte. Se Paolo avesse predicato il Gesù vincitore del morire, avrebbe subito ottenuto un nuovo tempio e un nuovo culto. Che altro bel mito! Un figlio di un dio sconosciuto, ucciso che resta vivo o che torna vivo, con tutti i prodi opliti di Maratona e con Socrate… No. Il pubblico fischia perché la resurrezione di Cristo non è questo. La resurrezione è la vittoria sulla morte, non sul morire. Il morire di Gesù è il morire straziante dello schiavo ribelle e giustiziato. Questo è lo scandalo della croce. Il suo risveglio alla vita non è mito, non è qualche cosa che nasce dalla proiezione umana, dal desiderio umano, è vuotezza del luogo fisico della morte. La tomba è vuota e Gesù è incontrato come il vivente. Questa è la resurrezione. Che non vince il morire, ma vince la morte. La morte come punto e basta. La morte come separazione con l’umanità. La morte come ignoranza della vita. La morte come costrizione del presente e del futuro. La morte come passato che si interpone tra il tuo presente e il tuo futuro… questa morte è vinta in Gesù! Non è un mito, è qui che sei con Gesù, che affronti la morte che hai dentro, che la condanni con il tuo pentimento, è qui che conosci la vita nuova, la libertà, la speranza, la felicità, la consolazione. Conosci il Dio vicino, conosci libero e liberatore. Dio ha operato nella Storia, ha risvegliato suo Figlio dalla morte, che ti dà la libertà di pentirti, di condannare la morte attorno a te e dentro di te, e di conoscere una promessa di vita che non puoi nemmeno desiderare senza averla conosciuta. Dio sconosciuto? È anche il Dio dei barbari, è il Dio del cinese che ha lavorato venti ore di fila su una macchina per cucire, senza diritti. Dio lo ama. Dio sconosciuto? Non è il dio del “secondo me”. È un Dio che ha parlato e agito nella Storia, di cui il documento è la Scrittura. Dio rende bello il morire? No, Dio rende nulla la morte. Il tuo morire, in Gesù non sarà l’ultima stazione, sarà la prova per essere parte della vittoria di Gesù sulla morte. E che qui e ora cominci a morire alla tua umanità vecchia e a essere risvegliato alla tua umanità nuova. Cominci, ogni giorno, a pentirti del male e a imparare che cos’è il bene. E così sei coinvolto da Gesù risorto.

Molti rifiutarono, perché il Vangelo è contestabile, Gesù è contestabile. Se non si sottopone alla contestazione non sarebbe il Vangelo di Dio, non sarebbe la predicazione di Cristo crocifisso. Avrebbe trionfato sul morire, come gli opliti di Maratona. Non avrebbe affrontato, sperimentato e infine vinto la morte. Per essere il Vangelo, dev’essere contestabile. E così è stato e così è. Alcuni credettero. Dionisio l’areopagita, Damaris e altri. I credenti di Atene. Pochi, ma hanno vinto. Il Dio sconosciuto si è rivelato per il loro bene. Così Dio vuole fare per ciascuno di voi.

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  • Data: Aprile 25, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Atti degli Apostoli 17, 22-34